TIPI DA BIBLIOTECA

(ovvero: lettori tutti i gusti più uno)

Sono ormai passati quasi due mesi dall’inizio del mio servizio civile in biblioteca. Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da imparare, non soltanto dal punto di vista del mestiere, ma anche da un punto di vista più… beh, umano.

L’umanità che transita per la biblioteca è varia e variegata. Al di là di chi ci lavora, la vera ricchezza di una biblioteca sono i suoi utenti. I lettori, il pubblico.

C’è la bella signora, probabilmente appena andata in pensione (o moglie di un qualche riccastro, fammi essere maligna) che arriva ogni giorno in tarda mattinata a leggersi le riviste. Se ne sta lì, sulla poltrona rossa a sfogliare lentamente le pagine.

C’è l’uomo che si presenta tutte le mattine all’apertura per usufruire delle postazioni computer.

C’è quello che prende in prestito solo DVD, e ho scoperto che ha un particolare film preferito che riprende ciclicamente.

C’è invece quello che prende solo CD, e l’ultima volta si è buttato sul jazz.

C’è la lettrice di romanzi rosa, che adora Lucinda Riley ed è sempre a caccia di novità perché ormai li ha letti tutti. Credo che tra poco comincerà Julia Quinn (vedi Bridgerton), se non ha ancora iniziato.

C’è la coppia anziana sempre in vacanza che divora thriller uno dopo l’altro. E lo sai quali sono quelli che hanno letto loro, perché ritornano sempre con la sabbia sotto la copertina.

Poi ci sono i lettori timidi, quelli che non sanno bene cosa stanno cercando e vagano tra gli scaffali con aria persa e quasi colpevole, che infine prendono solo un libricino, come se gli stessimo facendo un favore e si sentissero a disagio.

Ci sono i lettori decisi, che hanno già controllato nel catalogo e sanno esattamente dov’è collocato il libro che cercano.

Ci sono quelli che hanno gusti ben precisi, ma sono tanto coraggiosi da uscire dal seminato e chiedono consiglio per scoprire qualcosa di nuovo.

Ci sono i maniaci delle orecchie alle pagine, l’incubo di tutti i bibliotecari, perché poi vanno risistemate tutte prima di riportare il libro sullo scaffale. Per non parlare di quelli che sottolineano i libri e non cancellano le sottolineature.

Ci sono quelli che chiedono un mucchio di proroghe, o quelli che restituiscono sempre in ritardo. Questi di solito sono quelli che hanno preso troppi titoli “perché poi avevo paura di non trovarlo più e a prenotarlo avrei dovuto aspettare un mese”. Sì, amico, certo, ma così non lo fai leggere agli altri.

Ci sono i giovani lettori che hanno già letto tutto Roald Dahl e vorrebbero di più. Questi sono i migliori, secondo me, perché hanno ancora tantissimo da scoprire e ogni autore potrebbe essere una potenziale nuova fiamma. Di solito consigliamo di buttarsi sulla collana Gli Istrici della Salani e di farci sapere quale autore hanno apprezzato di più, così sapremo raddrizzare il tiro per nuovi consigli.

Ci sono ragazzini di tutte le età che entrano perché obbligati: “Eh, ho l’elenco di letture della scuola” e poi ritornano zitti zitti entusiasti a prendere un altro libro o due.

Come ci sono anche quelli che non vedrai più perché mai avrebbero messo piede in una biblioteca, ma sono stati costretti dai genitori che si rifiutano di comprare libri che tanto i figli non leggeranno.

Ci sono gli studenti, eh sì, quelli che sono affezionati a un determinato tavolo e arrivano alle 9 in punto per accaparrarsi i posti migliori. Ed è una gioia quando uno di loro decide che la biblioteca non è soltanto un luogo dove studiare, ma anche, pensa tu un po’ che storia, un posto dove puoi prendere in prestito dei libri senza sganciare una lira. Che magia, eh?

E poi ci sono io, che in questo mese lavoro nell’ufficio catalogo e sto maneggiando tutti i nuovi acquisti con gli occhioni a cuore. Ho le novità di luglio sulla mia scrivania, con quel bell’odore di carta stampata, le copertine ancora luccicanti e le pagine immacolate.

Vado in brodo di giuggiole.

E tu, che tipo di utente sei?

Alla prossima e… Avanti tutta!

TOPO DI BIBLIOTECA

(ovvero, diario di bordo di un servizio civile)

È giunto il momento di ufficializzare la mia nuova avventura: ho cominciato il servizio civile in biblioteca. Non puoi immaginare la mia contentezza!

Se non lo sai, il servizio civile è nato nel 1972 come alternativa al servizio militare. All’inizio era obbligatorio, poi dal 2001 venne considerato come volontariato. Cosa si fa? In pratica, ci si impegna per un anno a lavorare in una realtà cittadina, che può essere un’associazione locale, un comune, un’università, un’unità sanitaria… Durante i primi tre mesi, i volontari vengono formati da professionisti, per poi imparare un mestiere e nel frattempo conoscere un potenziale ambiente lavorativo.

Nel mio caso, il mestiere che andrò a imparare è quello di bibliotecaria. E qui, piccola parentesi. Se hai visto o rivisto di recente il film La Mummia, quello del 1999 con Brendan Fraser e Rachel Weisz, puoi immaginare la mia reazione orgogliosa quando dico che sto “imparando a fare la bibliotecaria”. Come quando nel film Evelyn, la protagonista, si ubriaca in Egitto e dice tutta fiera: “Sono una bibliotecaria”. Ecco, più o meno così.

Certo, non sto vivendo avventure al limite dell’impossibile in una terra lontana, ma sono lo stesso molto soddisfatta.

Scommetto che non hai mai pensato a quanto lavoro c’è dietro a un singolo libro della biblioteca. Siamo abituati a vederli lì, belli ordinati (non sempre) sugli scaffali. Ci basta seguire qualche indicazione e troveremo (quasi) tutto quello che cerchiamo.

Ma la storia di un libro comincia ben prima. Per esempio, come si decide quali inserire nel catalogo della biblioteca? Quali novità comprare, quali scrittori, quali collane… E poi c’è tutta la parte della catalogazione, che viene fatta a mano, libro per libro. Non c’è un robottino che prende i libri e li cataloga, no! C’è una persona che li guarda, li valuta e a seconda delle regole di catalogazione della biblioteca (ma soprattutto a seconda delle regole di catalogazione internazionale) decide dove collocarli.

Nella biblioteca dove sono io, grazie alla pausa forzata dovuta alla pandemia, è stato possibile ricontrollare gran parte dei libri, verificarne lo stato ed eventualmente decidere se ricollocarli.

Per esempio, la scorsa settimana io e le mie altre due compagne di servizio civile abbiamo esaminato tutti i libri fantasy della sezione ragazzi. Alla fine, un paio sono stati ricollocati tra i gialli, mentre alcuni sono stati spostati nella sezione fantasy per adolescenti. Perché, in effetti, alcuni di quei libri meritano di essere letti da un certo tipo di pubblico, che magari li cerca dove non sono.

A parte le ore di servizio civile, ho ancora diverse scadenze pressanti per lavori di traduzione, ma ogni volta che entro in turno, per 5 ore, riesco a non farmi ossessionare. Mi rilassa sistemare i libri, vagare tra gli scaffali alla ricerca di un volume perduto, osservare le abitudini di lettura delle persone.
Così, anche se sono sempre di corsa e a volte lavoro anche 10 ore al giorno, il livello di stress rimane comunque sotto controllo.

Un paio di giorni fa ho anche fatto la mia prima richiesta di prestito interbibliotecario, tutta da sola! Mi sono sentita molto potente.

E una delle parti che preferisco è quando dei giovani lettori chiedono consigli. Lì vado proprio in brodo di giuggiole e devo concentrarmi per non essere troppo entusiasta. Quindi mi do una calmata e parto in missione.
Sono riuscita a consigliare ad A., una ragazzina di 10 anni, sia Bianca Pitzorno che Eva Ibbotson, che mi hanno accompagnata per tutta l’infanzia. Non vedo l’ora di sapere cosa ne pensa.

Per il momento sono riuscita a trattenermi dal prendere in prestito dei libri per me, visto che in casa ne ho fin troppi, che stanno lì a fissarmi imbronciati perché li ho comprati e non li ho ancora letti. Ma temo che presto cederò.

Infatti, ho imparato a prenotare i libri e ovviamente ne ho usufruito. Il nuovo libro di Bianca Pitzorno, Sortilegi, uscito quest’anno, appena verrà riconsegnato alla biblioteca, appena uscirà dalla quarantena di 7 giorni, verrà preso in prestito dalla sottoscritta. Ed è solo l’inizio (inserire faccina compiaciuta).

Alla prossima e… Avanti tutta!

IMPARARE A DIRE DI NO

(ovvero: Yes Man è solo un film)

Devo essere sincera, l’articolo che leggerai oggi non è quello che avevo pensato di scrivere. Volevo parlarti del mio rapporto con le lingue straniere, ma, mentre scrivevo, certi pensieri sugli avvenimenti dell’ultimo mese mi hanno fatta deviare e divagare.

Dopotutto, ormai ci siamo abituati ai contrattempi. Se fino a un paio d’anni fa contrattempi e cambi di programma erano dietro l’angolo, ora passeggiano al nostro fianco, e quando ne hanno voglia accelerano il passo, così che per star dietro ai loro capricci devi metterti a correre.

E così è stato per me in quest’ultimo mese. Non ho fatto altro che correre, non letteralmente, sia chiaro, perché lavoro incollata alla scrivania. Beh, le mie dita hanno corso isteriche e frenetiche sulla tastiera, cercando di stare dietro alle scadenze.

Ho detto troppi “sì”, ho accettato troppi lavori, e mi sono ritrovata a dover stare davanti al computer anche 12 ore al giorno. Mi svegliavo con l’ansia al mattino, preoccupata di perdere tempo a fare colazione, così che finivo per bere il tè già davanti al computer. Andavo a letto rimuginando su quanto non avevo fatto durante la giornata, chiedendomi se avessi spedito la fattura o il preventivo giusti, e faticando a prendere sonno. A un certo punto non mi sentivo più soddisfatta per aver tradotto 5000 parole in un giorno, ma mi chiedevo agitatissima quando avrei potuto revisionarle.

Ormai mi stavo facendo del male, sia mentale che fisico, e così ho deciso di prendermi tre giorni interi di pausa. È stata dura, perché mi arrivavano di continuo notifiche sul cellulare: messaggi, email, conversazioni in millemila piattaforme diverse… Ma sono riuscita a ignorare tutto e a non rispondere. Insomma, se i clienti sanno che sei reperibile 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, pretenderanno che tu lo sia davvero sempre, e non potrai mai prenderti una giornata libera. Una lavoratrice autonoma schiava del cliente. No, ti prego.

Non è facile dire di no. Hai paura che la gente possa pensare che non ti dai da fare, che fai la schizzinosa, che in realtà non hai voglia di lavorare.

Mi sono sentita dire di no centinaia di volte, perché, per una volta, non posso essere io a dire di no? Ne va della mia salute, e di quella di chi mi sta intorno. Immaginati di uscire per una colazione o un aperitivo con una persona irrequieta che sta sempre a controllare il cellulare e che quasi non ti ascolta mentre parli, perché pensa ai fatti suoi. Visto che, purtroppo o per fortuna, ne ho conosciute di persone così, mi sono fermata prima di finire come loro. Ho detto “no”. Mi sono fermata a respirare, ho mangiato con calma e non ho pensato al lavoro. È stato rigenerante.

Ora che lo so, il “no” diventerà un esercizio di positività e benessere. Un po’ come passeggiare lungo un fiume immersi nel verde.

Una rappresentazione grafica dei giusti “no”.

L’ho già detto che è rigenerante? Comunque, arrivata a questo punto, dovrò rivalutare di molto il mio atteggiamento al lavoro. Non posso permettermi di affrontare altri periodi come quello appena passato. Dovrò imparare a prendermi delle pause regolari, e correre le maratone di traduzione solo quando davvero ne vale la pena (qui entriamo nell’argomento spinoso del rapporto tra ore lavorate e compenso percepito).

Inizio una nuova settimana con la sensazione che potrei riuscire ad arrivare al venerdì senza strisciare sui gomiti. Fuori c’è anche il sole, cosa chiedere di più?

Alla prossima e… Avanti tutta!

PROFESSIONE: TRADUTTRICE

(eh, non solo)

Ho superato uno scoglio importante. Questo è l’articolo che segna un anno esatto dalla prima volta che ho scritto sul blog. In qualche modo è anche un segnale di come io sia riuscita a, beh, stare a galla.

I primi mesi sono stati durissimi, e devo ammettere che per qualche momento ho pensato di ritornare a lavorare in azienda. Sai, uno stipendio sicuro a fine mese, un ufficio dove incontrare persone, un motivo per vestirsi in modo presentabile. Invece no, la parte più temeraria di me mi ha convinta a stringere i denti, rimboccarmi le maniche e andare avanti.

Quindi oggi ti vorrei parlare di cosa significa essere un traduttore. Parlo per me, basandomi sull’esperienza maturata in questo primo anno di partita IVA e nei lavori durante l’università.

Intanto, va detto che sono specializzata in traduzione letteraria, perciò le traduzioni tecniche rappresentano solo una piccola parte dei miei compiti. Mi è capitato di tradurre manuali, lettere di avvocati, informative di vario tipo. Ma i guai veri che mi vado a cercare sono le traduzioni più creative.

Non fraintendermi, anche la traduzione tecnica sa essere molto stimolante, e poco a poco sto scoprendo mondi che neanche immaginavo (per esempio a un certo punto mi sono imbattuta su una normativa hawaiana relativa alla costruzione di immobili, e mi sono ritrovata a cercare su Google Maps i lotti edificabili. Alle Hawaii. Capisci che viaggio.).

Però, ecco, nulla batte la sensazione di rileggere un paragrafo tradotto da te e pensare: “Non è poi così malaccio.”

Eh sì, perché la caratteristica intrinseca, atavica e imprescindibile di un traduttore è l’eterna insoddisfazione. Prendi una pagina di un libro, falla tradurre a venti traduttori diversi e otterrai venti traduzioni diverse. Quindi, da traduttore, so che se penso ancora un’altra volta a quella resa, se provo a risistemare le parole, a trovare un sinonimo, a rendere passiva la frase, ad aggiungere una virgola, potrei arrivare a una parvenza di perfezione. Insomma, Penelope con la sua tela ci fa un baffo. Meno male che ci sono le date di scadenza, così prima o poi devi consegnare e quel che è scritto è scritto.

Ma allora, che cosa fa questo benedetto traduttore letterario?

Un traduttore letterario:

Fa ricerche. Tutto il giorno, tutti i giorni. Cerca su dizionari, libri, giornali. Legge il significato di parole che conosce già, perché metti che gli è sfuggito il sottosignificato numero 4 ed è proprio quello che serve in quella frase. Si cercano singole parole, costruzioni o espressioni fisse, citazioni. A proposito di citazioni, l’altro giorno mi sono messa a riascoltare tutte le canzoni della Sirenetta (il cartone animato della Disney, hai presente?) perché dal testo originale mi sembrava di aver carpito un riferimento a una collezionista seriale.

Oppure, due personaggi si scambiano una battuta che io non colgo. Cosa diavolo dicono questi? Capisco il doppio senso, ma perché lei parla di un video musicale? E quindi niente, YouTube alla mano ho prima cercato il video di questa canzone di una rapper americana, per capire se mi poteva illuminare. Situato il contesto, ho poi trovato la strofa, ma in italiano non aveva senso. Allora ho cambiato brano, scegliendone uno di un’artista simile più conosciuto in Italia e stando sul vago riguardo alla strofa.

Legge. Il motivo è chiaro, no? Per saper scrivere, bisogna leggere. Per me è utilissimo leggere sia in italiano che in traduzione, perché traggo ispirazione da entrambe le scritture. L’italiano è il modo naturale in cui parliamo, pensiamo e scriviamo, mentre la traduzione è il risultato di un ribaltamento di prospettiva. Il traguardo a cui ogni traduttore anela è una traduzione “che sembri scritta in italiano”, senza però perdere la voce dell’autore.

Ascolta. Mai, mai e poi mai sottovalutare l’importanza dell’ascolto. Specie se lavori con le parole. Erano mesi che cercavo un aggettivo. Non per una traduzione, ma per me, perché in un paio d’occasioni volevo dire una cosa senza girarci intorno, ma chissà per quale motivo il mio cervello si era incagliato in varie parafrasi. Dopo mesi, non scherzo, secondo me avevo cominciato a pensarci verso Natale, di colpo eccola lì. La frase che cercavo era “Non è lusinghiero”. Tre parole, e quell’aggettivo che continuava a sfuggirmi mi è venuto in mente sentendo una parola simile mentre tagliavo i peperoni.

Impreca. Trovatemi un traduttore che dopo aver fatto mille ricerche, rigirato la frase in mille modi, chiesto delucidazioni ad amici, colleghi e parenti, e trovandosi ancora davanti una resa poco convincente, non cominci a innervosirsi. Io in questi casi mi allontano dal computer e faccio altro. Perché se m’impantano, mi deconcentro e posso anche andare a farmi un giro.

Oltre tutte queste belle cose, un traduttore è anche, non sempre volontariamente: economo, commercialista, addetto al recupero crediti, pubblicitario, ufficio risorse umane, pubbliche relazioni, segreteria, logistica, ricerca e sviluppo, dirigenza… Va bene, sto esagerando, ma forse neanche troppo. Di sicuro non ci si annoia mai.

Sono cambiata molto nell’arco di questo primo anno di blog. Sono più consapevole dei miei punti forti, conosco le mie debolezze. Ho fatto le mie brave figuracce e ho portato a casa bei progetti.

Insomma, una volta che hai imparato a stare a galla, rimane solo da imparare a nuotare.

Alla prossima e… Avanti tutta!

IL DELITTO DI CALLE FUENCARRAL

(ovvero, Lindele 2.0 e il gruppo dei Galdosianos)

Ciao! Come stai, come va? Non ti sembra di aver fatto un salto indietro nel tempo? Non ti sembra di aver già vissuto queste chiusure, la confusione, l’incertezza, lo scoraggiamento…? Io mi sono arresa e mi sono rinchiusa in casa. Anche quest’anno ho trascorso il giorno del mio compleanno lontano da famiglia e amici, perciò ho deciso che non ho davvero compiuto gli anni. È da due anni che non compio gli anni, mica male, no?

Comunque, oggi vorrei parlarti di quella che per me è una super notizia. Non è una notizia fresca fresca, perché è già stata fatta un po’ di pubblicità, ma non potevo non parlartene.

Come forse ricorderai se mi leggi da un po’, a maggio dell’anno scorso ho cominciato un seminario di traduzione dallo spagnolo. Doveva trattarsi di due fine settimana intensivi a Torino, ma per i motivi che ben immagini non si è potuto svolgere in presenza. Ci siamo quindi ritrovati a riunirci su Zoom ogni venerdì. Prima come un gruppo di studenti, poi come una famiglia.

Dodici studenti, dodici apostoli della traduzione, che pendevano dalle labbra di un’insegnante che finalmente ci parlava senza peli sulla lingua, senza edulcorare la situazione non proprio rosea dei traduttori editoriali. Eppure, nonostante tutte le volte in cui ci ha detto quant’è complicato il mondo dell’editoria, quanto sia ingrata e spesso bistrattata la figura del traduttore, ognuno di noi si è appassionato ancora di più e ha dato il massimo per raggiungere l’obiettivo. Insomma, abbiamo pubblicato un libro!

Ora mi do un contegno, metto un po’ d’ordine tra questi pensieri emozionati e ti racconto come sono andate le cose.

Intanto, nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza un editore coraggioso che si è fidato totalmente di questo corso. Sto parlando di Edizioni Lindau, che ha pubblicato il nostro libro. Nel corso dei mesi, l’editore stesso ha partecipato ad alcuni dei nostri ritrovi, ci ha parlato di aspetti pratici nella gestione di una casa editrice, ci ha dato consigli e ha risposto alle nostre domande.

Il motore di tutto questo, però, è stata la nostra insegnante, di cui ti parlavo prima. Che non è soltanto una donna e una traduttrice coi fiocchi, è anche la direttrice della sede dell’Università di Salamanca a Torino. E nonostante tutti i suoi impegni lavorativi è riuscita a metterci al primo posto, noi dodici pecorelle disperse che abbiamo cominciato il corso con la disperazione di inizio pandemia e ne siamo usciti fiduciosi e molto più capaci.

È incredibile come quest’esperienza ci abbia uniti. Non ci siamo mai visti di persona, eppure conosciamo le nostre personalità, sappiamo quali scelte linguistiche ci definiscono, quali dubbi potremmo sollevare durante una revisione. Ma soprattutto, siamo presenti da lontano nella vita degli altri. Ci teniamo in contatto, discutiamo delle notizie, ci rallegriamo per i traguardi di ognuno. Un piccolo miracolo.

Ma bando ai sentimentalismi, che non sei di certo qui per sentirti dire quanto siamo felici di questo gruppo trullallà.

Il libro in questione è la traduzione di alcune lettere che Benito Pérez Galdós ha inviato alla stampa argentina tra luglio 1888 e maggio 1889. Molto bene, ma chi era costui? E perché scrive?

Benito Pérez Galdós è considerato lo scrittore spagnolo più importante dopo Cervantes; le sue opere sono il fondamento della letteratura spagnola moderna e sono ancora fonte d’ispirazione per molti scrittori. Galdós aveva uno stile realista ed era un grande disegnatore che tracciava bozzetti dei suoi personaggi, per poterli descrivere oggettivamente. Nei suoi libri non ci sono giudizi né prese di posizione, ma viene dato grande peso a fatti e certezze.

Nel libro che abbiamo tradotto, El crimen de la calle Fuencarral, Galdós utilizza uno stile giornalistico esemplare. Presenta al lettore i fatti su cui ha fatto ricerche, di cui ha verificato le fonti. Dei personaggi traccia un ritratto in tutti i sensi, sia con le parole che con veri e propri disegni.

Nelle sue lettere, Galdós presenta e analizza, col suo sguardo attento e razionale, il delitto che si è consumato il primo luglio 1888, a Madrid. Una donna anziana è stata uccisa a pugnalate e il suo cadavere è stato bruciato.

La stampa e l’opinione pubblica impazziscono, tutti hanno qualcosa da dire, qualcuno da accusare, senza però riuscire a confermare nulla. La figura di Galdós spicca in questa confusione, perché partecipa alle udienze in tribunale e quindi sa esattamente cosa viene detto in aula. Ha modo di studiare i sospettati e i testimoni, per poterli poi presentare nel modo più oggettivo possibile.

Perché, ti chiederai, questo delitto ha suscitato così tanto scalpore? Perché, in quello stesso periodo, i delitti efferati che fanno notizia sono quelli commessi, per esempio, da Jack lo Squartatore, che trasforma Londra nel suo personale teatro macabro. Lì in Spagna, invece, a Madrid, in Calle Fuencarral, pare che quell’atroce delitto sia stato commesso da una sola donna. “Impossibile che Higinia abbia commesso da sola un omicidio che rivela, oltre alle estreme precauzioni prese, uno sforzo fisico da uomo.”

Il brano che ho appena citato è preso dalla nostra traduzione, da quel bel libricino rosso finito di stampare nel mese di febbraio 2021.

Non è stata mica una passeggiata tradurre questo libro. Intanto, il primo scoglio è stato decidere quale voce dare al testo. Avremmo usato uno stile classico, in linea col periodo storico in cui scrive Galdós, o avremmo cercato di modernizzare il tutto, usando comunque parole che esistevano a fine ‘800? Abbiamo optato per la scelta coraggiosa: modernizzare. Così facendo, abbiamo dovuto ragionare su ogni singolo termine, scartando l’equivalente più arcaico, girando le frasi in modo che la sintassi rispecchiasse di più quella di oggi.

Abbiamo tradotto le prime pagine tutti insieme, poi a ognuno di noi è stata assegnata una parte su cui lavorare. Dirai, cavoli che impresa riunire i testi tradotti da 12 persone diverse. E invece no, sembra incredibile, ma dopo tutti i mesi passati a esercitarci insieme, a incontrarci online ogni venerdì, abbiamo creato uno stile di gruppo che ha reso armonica la traduzione finale. Certo, ogni singola parola e ogni singolo segno di punteggiatura sono stati revisionati attentamente dalla nostra insegnante, ma la base era davvero soddisfacente. Siamo così fieri di noi!

Quanto abbiamo imparato da questa traduzione, sia professionalmente che umanamente. Abbiamo invidiato lo sguardo lucido e imparziale di Galdós nel trattare notizie sconvolgenti, abbiamo ammirato la sua capacità di presentare i fatti come se fossimo lì con lui e ci stesse descrivendo quello che vediamo. Soprattutto, abbiamo imparato tantissimo sulla nostra lingua, compreso ancora di più il potere di una frase ben scritta e di una parola azzeccata.

Se ti capiterà di avere tra le mani Il delitto di Calle Fuencarral, non potrai immaginare quante emozioni sono racchiuse tra le righe di quelle pagine. Potrei parlartene per ore, ma un’esperienza del genere è credibile solo se vissuta. Quindi grazie ad Alba, Silvia, Marianna, Riccardo, Greta, Eleonora, Clelia, Anna Rita, Margherita, Antonella e Ilaria. E grazie alla nostra colonna portante, Monica.

Alla prossima e… Avanti tutta!

CHE FRETTA C’ERA

(magari fosse la primavera)

Adesso per favore dimmi com’è possibile che siamo già oltre la metà di febbraio. Quando è successo? Chi l’ha deciso? Non ero pronta!

Tra qualche giorno dovrò rinnovare l’abbonamento annuale alla PEC e al sito di WordPress e questo fatto può significare solo una cosa: tra pochissimo la mia partita IVA compirà un anno. Che cooosa? Ma non è ancora il momento di pensarci.

Volevo invece parlarti, ancora una volta e soprattutto, di libri.

Se hai letto l’articolo del mese scorso saprai che dal primo gennaio ho iniziato a rileggere la saga di Harry Potter. Per evitare di cadere in un tunnel super nerd senza speranza di ritorno ho comunque deciso di leggere altri libri, nel frattempo.

Ho perciò cominciato con un libro scelto completamente a caso, trovato mentre gironzolavo in biblioteca, il primo di una lunga serie fantasy della scrittrice Laurell K. Hamilton, Nodo di sangue.

La trama mi ha incuriosita: la protagonista è una risvegliante di morti e cacciatrice di vampiri, che viene ingaggiata proprio da un vampiro per indagare su morti sospette di suoi simili. Venivano promesse azioni, situazioni al limite e personaggi estremi che sì, in effetti ci sono, ma mi hanno lasciata quasi del tutto fredda.

Premetto che do la colpa agli Harry Potter, perché mentre ho cominciato Nodo di sangue ero nel bel mezzo del quarto libro ed ero più entusiasta che mai. Dicevo, sono rimasta quasi del tutto fredda, non mi sono affezionata a nessun personaggio, la protagonista mi era addirittura indifferente e poco oltre la metà ho lasciato da parte il libro per un paio di giorni senza avere la spinta per continuare a leggerlo.

L’idea alla base era molto promettente, infatti ci sono rimasta parecchio male perché mi ero immaginata una storia appassionante e complicata, piena di creature bizzarre e atmosfere intriganti. In quanto a creature non si può dire che l’autrice non si sia sbizzarrita; ci sono vampiri, zombie, necrofagi, sette insolite, mannari… Sì, ho scritto soltanto “mannari”, perché a un certo punto ci sono dei ratti mannari. Hm, anche no.

E l’atmosfera di tutto il libro è costruita in modo da trasmettere disagio e fastidio, quasi come se si stesse scendendo nella semioscurità umidiccia di un cunicolo angusto. Solo che dopo un po’ manca l’aria e non si intravedono spiragli di luce nemmeno alla fine. Voto finale, appena sufficiente.

Credo però che prima o poi recupererò il secondo libro, così da capire se la quasi bocciatura è da confermare o se l’osannata saga della Rowling si sta prepotentemente accaparrando ogni mia capacità di esprimere giudizi positivi (ed entusiastici al massimo grado, mannaggia a lei, come monopolizza la scena).

Nel frattempo del frattempo ho iniziato anche un terzo libro, di tutt’altro genere: Le onde di Virginia Woolf. È un libricino poco voluminoso, per questo l’ho scelto come accompagnatore alle visite mediche. Mi spiego meglio. Negli ultimi undici mesi ho ridotto al minimo indispensabile gli eventuali esami, controlli, accertamenti, per non andare a creare assembramenti inutili nelle sale d’attesa di ospedali e ambulatori. Starai pensando: “Sei solo una persona, cosa cambia?”, diciamo che ho sperato che tante altre persone avessero la mia stessa accortezza, così ho cercato di rimandare tutto il più possibile. Ora però mi ritrovo a dover fare tutti quegli esami, controlli e accertamenti. Le onde è il libro perfetto da leggere mentre si aspetta il proprio turno dal medico di base, o sull’autobus per andare all’ospedale dall’altra parte della città.

Come descriverlo, è poesia in prosa. C’è così tanto significato in ogni singola frase, che a volte mi basta leggere mezza pagina (il tempo tra l’accettazione e l’entrata in ambulatorio quando sono la prima) e sento di aver letto abbastanza.

I personaggi di Le onde sono sei, tre uomini e tre donne, che parlano e pensano alternandosi in soliloqui, l’uno dopo l’altra, in un susseguirsi di emozioni, pensieri e azioni. Per questo è un libro che va letto adagio, con calma, perché il messaggio non è affatto immediato. Dati questi punti di partenza, non mi aspetto di finirlo tanto presto, quindi forse ne sentirai ancora parlare.

Sul lato traduzioni sono in attesa di un progettone che doveva partire a dicembre, ma continuano a rimandarlo e non so più che pesci pigliare. Insomma, se prendo un altro impegno grosso, poi il progetto parte e io non sono più in grado di seguirlo come si deve senza perdere preziose ore di sonno? Però non posso neanche rimanere qui a girarmi i pollici, anche perché ormai mi sa che rimango fregata… Diciamo che comunque non me ne sto con le mani in mano e ho il cervello sempre in funzione.

Uh, un’ultima cosa! Visto che ieri è stato Martedì Grasso, mi chiedevo se nella tua regione, anzi, se nella tua città si mangiano queste belle cosine che vedi in foto.

Crostoli di Carnevale, rigorosamente fatti in casa

Se sì, come le chiami? Per me ferrarese sono i crostoli e non ho ancora trovato nessuno che li faccia più buoni di quelli della mia mamma. Gné gné gné.

Alla prossima e… Avanti tutta!

TEMPO DI RILETTURE

(nel primo significato della Treccani: seconda, nuova o più attenta lettura)

Buon Anno! Ma sì, cominciamo questo nuovo articolo con un augurio festoso. Là fuori fa un sacco di freddo e, anche se qui a Bologna c’è spesso un bel sole, la voglia di fare una passeggiata è lontana anni luce, perché non c’è la possibilità di rintanarsi da qualche parte a scaldarsi un po’ prima di rientrare a casa.

Ti ricordi quella pubblicità di diversi anni fa in cui la pigrizia o la svogliatezza delle persone veniva giustificata dal ritornello “Ma sono appena tornato!”? Ecco, più o meno così è andato il mio inizio gennaio.

Con la scusa dell’anno nuovo, dal primo al quattro gennaio non ho fatto altro che leggere. Oh, qual gaudio. E non libri qualsiasi, no no, ho ricominciato la saga di Harry Potter.

In generale mi piace molto rileggere a distanza di tempo i libri che se lo meritano, perché una nuova rilettura mi dà sempre qualcosa in più. Un indizio che non avevo colto, un pezzo del puzzle che credevo di aver perso e invece non avevo interpretato bene. Il fatto di conoscere già il finale arricchisce la lettura, mi fa dare più peso a certi comportamenti dei personaggi, a descrizioni che avevo trascurato, ma soprattutto mi fa apprezzare ancora di più la bravura di certi autori.

Insomma, sto rileggendo la saga, al momento sono all’inizio del quarto libro e sono esaltata come se stessi scoprendo tutto per la prima volta. La parte più divertente è che molto spesso mi è impossibile non leggere alcuni dialoghi con la voce degli attori (dei doppiatori, nel mio caso). Mai lettura fu più partecipata.

In questo periodo sto facendo esperienza anche di un altro tipo di rilettura: la revisione. Sì, perché sto lavorando a un progetto in cui la mia traduzione viene rivista da, appunto, una revisora. Quanto fa bene a un testo la revisione! Io tendo ad abbondare con le virgole, la mia revisora è molto più parca, il risultato è un testo con una punteggiatura più equilibrata, a metà strada fra i due stili. L’occhio esterno del revisore è importantissimo anche quando il traduttore ha pianto lacrime amare su una formulazione particolarmente ostica, ed ecco che la mente fresca e ignara del revisore si limita a spostare una parolina qui o a limarne un’altra là, che la montagna invalicabile della resa in italiano diventa una simpatica collinetta che si può scalare saltellando.

Che dire, un mese di riletture che mi sta facendo davvero bene. Per di più, a due membri della mia famiglia è già stata somministrata la prima dose di vaccino, quindi posso dire che mi sento molto fiduciosa. Un buon inizio di anno, senza dubbio.

Concludo dicendo che sto stilando una lista di autrici che vorrei scoprire durante questi 12 mesi; mi piacerebbe dedicarmi il più possibile soltanto a scrittrici, magari anche a qualcuna che non è ancora stata tradotta in italiano… Ma penso che comincerò da Margaret Atwood e Banana Yoshimoto, così!

Alla prossima e… Avanti tutta!

UN ANNO INFINITO

(ma per fortuna che è finito)

Eccoci qui, siamo arrivati alle ultime battute di un anno surreale. Se mi leggi da un po’ sai che il mio vero Capodanno è a settembre, ma quest’anno non posso evitare di fare un bilancio dei mesi passati.

Circa in questo periodo, lo scorso dicembre, stavo ufficializzando la mia volontà di non continuare a lavorare in azienda, per lanciarmi nel mirabolante mondo della partita IVA. Le vacanze del Natale 2019 sono state tra le più serene che io abbia trascorso dopo più di un lustro, senza compiti, esami da preparare, o altre gatte da pelare. Il 31 dicembre ho cenato nella cucina del B&B di Castiglione delle Stiviere dove alloggiavo e verso le 23 ho attraversato tutta Sirmione in Timberland e vestito di lana per andare a vedere i fuochi d’artificio dalla punta della città, dove ci sono le Grotte di Catullo. E non potevo essere più felice. Così, neanche nelle mie fantasie più distopiche avrei potuto immaginare cosa sarebbe accaduto pochi mesi dopo.

È stato un anno da montagne russe, in cui si parte carichi ed emozionati perché non si sa cosa potrà accadere, pieni di aspettative e con l’adrenalina che sale. Poi ci si ritrova in caduta libera e ci si maledice per la decisione infelice. Ma chi me l’ha fatto fare, mica l’ha ordinato il dottore, cosa ci faccio qui, qualcuno mi aiuti, fermate tutto voglio tornare indietro. Superati il panico iniziale e il timore di non riuscire a reggersi agli appositi sostegni, si comincia a rendersi conto che ci sono altre persone nella nostra stessa situazione. Siamo tutti sulla stessa giostra e sotto sotto anche i più coraggiosi hanno un po’ di paura. Quella sana dose di paura che ci fa affrontare gli imprevisti. Così, al secondo giro della morte sai già cosa aspettarti, non rimani lì a subire il corso degli eventi, ma reagisci, segui il ritmo e cominci a divertirti. Ti guardi intorno e vedi il mondo dall’alto, finalmente non ti sembra più di cadere, ma di volare. Ci vuole un po’ perché il meccanismo scatti, a volte più di metà corsa, altre volte te ne rendi conto all’ultimo salto nel vuoto, però tutti prima o poi ci riusciamo, a volgere a nostro favore anche le situazioni più improbabili.

Finita la corsa, quando sei di nuovo coi piedi per terra, mentre cerchi di capire se lo stomaco è in subbuglio perché l’emozione ti ha fatto venire fame, o perché invece rischi di rigettare anche i pasticcini della Cresima, mentre procedi a passi lenti verso l’uscita perché ti gira la testa, ti prendi un attimo per riflettere in modo oggettivo sull’esperienza appena fatta.

La mia montagna russa è stata intensa, a tratti subdola. In un paio di punti ero convinta che il mio vagone sarebbe sceso in linea retta, invece mi sono ritrovata sballottata a testa in giù, senza più punti di riferimento. Poco a poco me li sono ricostruiti, questi benedetti punti di riferimento, così se mi toccherà ritrovarmi ancora a testa in giù saprò come non perderla, la testa.

Ho fatto pulizia di quello che mi stava stretto e ora ho nuovi maestri (anzi, diciamocelo chiaro, più che altro nuove maestre), nuovi colleghi e nuovi amici. Le quarantene, le zone gialla, arancione e rossa mi hanno permesso di capire a chi e a che cosa voglio dedicare tempo ed energie (la mia prof di italiano del liceo aggiungerebbe anche lacrime, sudore e sangue).

Ho cominciato a tradurre in modo più continuativo, e tengo costantemente le dita incrociate, perché non mi va di uscire tanto presto da questo stato di grazia lavorativa.

Lavoro a parte, ho una lista infinita di cose da fare, posti dove andare e persone da vedere. E posti in cui andare a fare cose con persone, ma poi più ci penso più si aggiungono cose, posti e persone. Tipo tornare a Ferrara e mangiare una Sacher intera col mio amico che ora lavora in Olanda. O andare al primo concerto possibile di Lady Gaga (sì, hai letto bene) con la mia ex collega marchigiana. Eccetera eccetera eccetera.

Visto il periodo, anche la lista di desideri natalizi non può certo mancare; ecco che cos’avrei chiesto a Babbo Natale se fosse stato un anno normale:

– un paio di guanti caldissimi

– libri

– un maglione lungo tutto mio, così smetto di rubarli alla mamma

– altri libri

– tè e tisane

– ancora libri

Cosa vorrei invece in questo Natale bislacco:

– vedere la nonna anche solo dal pianerottolo di casa sua

– bermi un grog caldo nel mio tiki bar preferito (mi va bene anche di mattina quando non ci sono altre persone così si evitano assembramenti, magari in un giorno in cui non devo lavorare troppo, perché nel grog c’è il rum)

– mangiare i cappelletti in brodo e la salamina col purè

– prendermi una giornata intera per non pensare a niente

Tu cosa vorresti in questa edizione straordinaria delle feste natalizie? Ma soprattutto, qual è il piatto tipico a cui non puoi rinunciare e che farà sembrare normale il Natale 2020 almeno per un momento?

Ci sentiamo l’anno prossimo, e fino allora: mascherina, gel igienizzante, metro di distanza, spostamenti solo in caso di necessità e… Avanti tutta!

ODE ALLA LETTURA

(perché leggere fa bene)

Che bel titolo banale, dirai. È vero, rispondo io, ma ora prova a contestarlo.

Seguimi in un ragionamento estremo.

Si possono contestare tantissime affermazioni, come “lo sport fa bene”. Ogni volta che qualche membro della mia famiglia, me compresa, racconta di un infortunio o un dolore legato a un’attività sportiva, la mia cara dolce nonnina tira sempre fuori la stessa frase ritrita: “Ah ma io lo so che lo sport fa male”. Insomma, lei non ha mai fatto sport in tutta la sua vita, eppure vedi come sta bene? D’accordo, nonna, però anche se ci si fa male lo sport serve per sfogarsi, per sentirsi meglio, per migliorare il proprio corpo… “Eh ma se poi devi stare fermo dei mesi perché ti sei rotto qualcosa mentre facevi sport, che senso ha?”. Va bene, nonna, mi arrendo.

Dopo questa piccola divagazione dimostrativa, vorrei raccontarti perché, secondo me, leggere è un’attività vitale. Intanto, non rischi infortuni, quindi la nonna approva. A meno che, chiaro, non ti metta ad andare in giro per la città col naso tra le pagine come Belle nella Bella e la Bestia, in quel caso dovresti essere proprio un grillo fortunato per poter uscire senza graffi da una passeggiata del genere.

In secondo luogo, leggere ci fa capire come funziona il mondo. Non importa cosa leggi, puoi prediligere i fantasy, o i gialli, o i romanzi rosa. Puoi avere una collezione di biografie di personaggi famosi, che siano attori, sportivi, multimiliardari. Oppure leggi soltanto fumetti e graphic novel. In ogni caso dovrai concentrarti per seguire la storia, ricordare i nomi di luoghi e protagonisti e magari scoprire qualche nuova parola o costruzione di frase. E mentre leggi ti fai un’idea del mondo in cui vivi e delle persone che conosci, perché è inevitabile fare un paragone tra quello che trovi sulla carta e quello che hai intorno, anche se la storia è ambientata in un universo di fantasia o mille anni fa.

In terzo luogo, a mio parere, ciò che leggiamo rispecchia chi siamo, e non bisogna mai vergognarsi dei propri gusti di lettura. Faccio un esempio. Su Facebook ci sono tantissimi gruppi in cui le persone si scambiano consigli sui libri, fanno domande e condividono impressioni. Ci sono spesso discussioni non tanto amichevoli per via di pareri discordanti, a volte volano insulti gratuiti e niente affatto necessari. Mi fa venire sempre il nervoso quando un genitore chiede consigli su cosa far leggere ai figli, che so: “Mio figlio ha 16 anni e legge a fatica quello che gli danno a scuola, ma per la prima volta nella sua vita mi ha chiesto di aiutarlo a trovare un libro per sé, che cosa mi consigliate?”, oppure: “Ho visto che è uscito l’ultimo libro di Twilight e mia figlia è curiosa, dovrei vietarle questo tipo di lettura visto che ha solo 14 anni?” (queste due domande sono state liberamente ispirate a richieste simili trovate in gruppi su Facebook). Nel caso della prima domanda, non è tanto la richiesta in sé a farmi venire il nervoso, quanto le risposte che ne sono seguite. Vengono consigliati un sacco di classici, Dickens, D’Annunzio, Moravia, Il giovane Holden, Il signore delle mosche; invece la seconda domanda mi ha fatto un po’ ridere, per lo scrupolo eccessivo e perché come risposta sono stati consigliati titoli di una letteratura ritenuta migliore, come Cime Tempestose, Jane Eyre, Jane Austen in generale… Quindi io mi chiedo: come si può pensare che un adolescente che ha sempre tenuto le distanze dalla lettura possa d’improvviso apprezzare libri di secoli passati? Se una ragazza vuole leggersi una storia d’amore contemporanea e fantasiosa, perché le si dovrebbero invece proporre storie di un periodo che magari non capisce fino in fondo?

Credo che non ci sia per forza bisogno di leggere i classici, i tomoni, i mattoni. Non si è lettori meno “bravi” di quelli che divorano romanzi esistenzialisti. Leggere dev’essere un piacere, sta a ognuno di noi decidere se considerarla come un’attività di evasione, riflessione o puro divertimento. Poi magari la curiosità per i classici arriva col tempo.

Certo, se si ha la fortuna di lavorare con i libri è chiaro che a volte si dovrà leggere anche qualcosa che non è nelle nostre corde, ma il mio ragionamento si rivolge soltanto alla lettura per diletto, sennò potrei stare qui delle ore.

Comunque, mi perdonerai per questa filippica, devi sapere che negli ultimi tempi sono tornata a leggere molto e mi piacerebbe tantissimo sapere che ognuno di noi ha un libro o un fumetto sul comodino, una storia in cui immergersi per staccare un attimo dalla realtà.

In merito alle mie letture, quest’anno ho cominciato ad affidarmi seriamente alle librerie indipendenti e ai consigli dei librai; sto scoprendo delle perle davvero meritevoli. Per di più, sto già iniziando a pensare ai regali di Natale: libri per tutti!

Un’altra grande fonte di ispirazione sono le cosiddette sfide del lettore, che possono essere di qualsiasi tipo. Al momento ne ho intrapresa una, lanciata su Instagram da una ragazza spagnola. In 90 giorni bisogna leggere 9 libri, ognuno ambientato in una diversa destinazione. In pratica, si fa il giro del mondo leggendo. Le destinazioni della sfida sono: Spagna, Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, Cina, Africa e un’ultima a scelta. Per ora sono andata in:

– Francia, con Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin (letto in originale, finalmente);
– Inghilterra, con Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde di Robert Louis Stevenson;
– Cile (la destinazione a scelta) con Il giardino di Amelia di Marcela Serrano;
– Stati Uniti, con Shining di Stephen King.

Non so ancora quale sarà la prossima destinazione, forse la Cina, o l’Italia; nell’articolo del prossimo mese spero di aver completato la sfida e aggiornarti con i titoli mancanti.

E tu, invece? Che cosa stai leggendo? Sono curiosa!

Alla prossima e… Avanti tutta!

CENTO ANNI DI GIANNI RODARI

(Di libri d’infanzia immortali)

Quest’anno, il 23 ottobre, ricorre il centenario della nascita di Gianni Rodari, così ho deciso di dedicargli l’articolo del mese.

Gianni Rodari è stato scrittore, giornalista, maestro e pedagogista; è nato nel 1920 a Omegna, sul lago d’Orta e i suoi libri continuano ad avere un posto di grande rilievo nella letteratura italiana. Non a caso, l’editore Lindau ha appena pubblicato Cipollino nel Paese dei Soviet, un saggio che analizza il successo ottenuto in URSS da Rodari.

Insieme alle tante iniziative dedicate a questo centenario, anche io ho deciso di fare la mia parte, perciò ho riletto La Freccia Azzurra, uscito per la prima volta nel 1964.
La mia copia è di Editori Riuniti, della seconda ristampa di maggio 1998, con le illustrazioni di Gianni Peg e Lorena Munforti.
Ho letto questo libro quando avevo sei o sette anni. Ricordo che mi era piaciuto tantissimo e che l’ho riletto più volte, anche a distanza di anni.

È stato il primo libro con il quale ho scoperto che i film non sono uguali ai libri da cui sono tratti; ho imparato che le trasposizioni cinematografiche sono simili alle storie su carta e a volte ne raccontano una versione un po’ diversa (ma questa è un’altra storia).

Il primo di ottobre, quando ho ripreso in mano La Freccia Azzurra, mi sono presa il tempo di studiarlo.
Subito prima del frontespizio una me bambina ha infilato un pezzo di carta rettangolare, ritagliato da un foglio A4, chiaramente a mano libera, perché il bordo destro non è parallelo al sinistro. Sopra il foglietto c’è scritto, in stampatello maiuscolo e a matita: “SEGNA LIBRO DI GIULIA ZAPPATERRA VIA F. TESTI xx!!!!!”. Semplice e chiaro, no?
Una me un po’ più grandicella ha apposto la propria firma in alto al centro sulla prima pagina bianca, con una penna rossa.
L’ho letto talmente tante volte che le pagine si sono un po’ scollate e alcune sono tenute insieme con lo scotch trasparente.

Di cosa parla questo libro? È la storia di una Befana burbera, quasi baronessa, che ha un negozio di giocattoli con le vetrine illuminate tutto l’anno, dove i bambini possono scegliere i regali che vorranno per l’Epifania e i genitori potranno comprarli. La Befana non regala niente, per lei i bambini poveri sono soltanto uno spreco di tempo.

Illustrazione dal libro La Freccia Azzurra

I giocattoli sono vivi, ognuno ha le proprie caratteristiche e la propria personalità, spesso influenzate dalle disattenzioni degli artigiani che li hanno costruiti. Così l’Orso Giallo è un po’ lento nei ragionamenti perché ha la testa piena di segatura, il Capitano Mezzabarba sta sempre girato da un lato per non far vedere che gli è stata dipinta soltanto metà barba, il Pilota Seduto non può mai lasciare il suo aeroplano perché non gli hanno costruito le gambe e il cane Spícciola non riesce ad abbaiare perché è soltanto un cane di pezza.
Nonostante tutti i difetti di fabbrica, i giocattoli sanno emozionarsi e affezionarsi e un giorno decidono di scappare. Per quale motivo?
Francesco, un bambino che a dieci anni deve lavorare per mantenere la famiglia, non può permettersi il meraviglioso trenino elettrico che si trova in primo piano nella vetrina della Befana. La Freccia Azzurra è troppo costosa e la Befana non si mette certo a fare regali a chi non può pagare.
Così, il cane Spícciola organizza la fuga: lui fiuterà le tracce del bambino e insieme agli altri giocattoli si farà trovare a casa sua nel giorno dell’Epifania.
Durante il tragitto, poco alla volta i giocattoli decidono di regalarsi ad altri bambini poveri, dimostrando coraggio nel partire da soli per una nuova avventura, e amore incondizionato.

In una delle parti più commoventi, la Bambola Rosa decide di rimanere con una vecchina che sta dormendo in un portone. Al mattino, però, la vecchina non si sveglia e la bambola verrà regalata alla figlia di un carabiniere. “Ma la Bambola Rosa non cessò mai di pensare alla vecchina tutta gelata accanto alla quale aveva passato la notte dell’Epifania. E ogni volta che pensava a quella vecchina si sentiva un grande freddo al cuore.

È una storia magnifica che insegna tantissimo: generosità, speranza, solidarietà, altruismo, rispetto di chi è diverso o in difficoltà. Dovrebbe trovarsi nella libreria di ogni bambino, per depositare un semino di amore nelle menti che si stanno formando.

I libri di Gianni Rodari non hanno solo contribuito, quasi vent’anni fa, a creare le fondamenta della persona che sono, ma hanno anche segnato alcune tappe della mia vita. Per esempio, a dieci anni mi sono rotta un dito e ho dovuto tenere il gesso per un mese. Quando sono andata al pronto soccorso subito dopo l’incidente (ero in casa, camminavo guardando una sorta di flipper che tenevo in mano e sono scivolata sul monopattino che c’era in mezzo alla stanza; mentre cadevo in avanti mi sono appoggiata con tutto il peso sulla mano sinistra e mi sono ritrovata con l’anulare fratturato) ho portato con me I cinque libri, una raccolta di favole, storie e filastrocche lunga più di 700 pagine. Ho cominciato il libro quel giorno, mentre aspettavo che mi mettessero il gesso e mi sono ripromessa che l’avrei finito quando me l’avessero tolto.

La mia storia preferita di questa raccolta è C’era due volte il barone Lamberto, pubblicata per la prima volta nel 1978 e ambientata sull’Isola di San Giulio, nel lago d’Orta, praticamente a casa di Rodari.

Il barone Lamberto è un uomo vecchissimo e ricchissimo, che possiede ventiquattro banche e numerose ville in giro per il mondo. Sull’isola vive con il fidato maggiordomo Anselmo, che si occupa di ogni aspetto della vita e della salute del barone. Un giorno, di ritorno da un viaggio in Egitto, il barone decide di assumere sei persone che dovranno ripetere a turno e in continuazione il suo nome (Lamberto, Lamberto, Lamberto…). Nel corso di alcune settimane, il barone comincia a ringiovanire. Il mondo esterno è ignaro di quanto sta accadendo sull’isola, e lo è anche l’unico nipote del barone, il giovane Ottavio, che ama scommettere ai birilli e scialacquare i soldi bevendo gazzosa. Deciso ad appropriarsi dell’eredità dello zio anche a costo di ucciderlo, Ottavio andrà sull’Isola di San Giulio. Entreranno in scena anche ventiquattro banditi, che prendono il barone in ostaggio e chiedono un risarcimento di un miliardo (di lire) a testa, e i ventiquattro direttori delle Banche Lamberto con i rispettivi ventiquattro segretari. Durante il periodo dell’assedio, sull’isola, e sulla terraferma dove si segue la vicenda con trepidazione, succederà di tutto.
Il lieto fine non manca, anche se rimane aperto com’è tipico di Rodari: “Non tutti saranno soddisfatti della conclusione della storia. […] Ogni lettore scontento del finale può cambiarlo a suo piacere, aggiungendo al libro un capitolo o due. O anche tredici. Mai lasciarsi spaventare dalla parola FINE.

Questa ricorrenza è stata una bella occasione per rispolverare vecchie storie che non smettono mai di avere qualcosa da raccontare, perché sanno essere attuali anche dopo tanti anni.

E tu? Hai in casa qualche libro della tua infanzia e di cui ti ricordi con affetto particolare?
Se ti va, lasciami un commento, sono curiosa!

Alla prossima e… Avanti tutta!