MEGLIO TARDI CHE MAI

(ovvero, chi va piano va sano e va lontano finché non si accorge di quanto è rimasto indietro)

Lo so, lo so, ti sono mancata. Dopo due mesi in cui non ho scritto nulla, di sicuro ti starai chiedendo che fine ho fatto.

Ho interrotto le comunicazioni a maggio, quando il mio anno di servizio civile stava volgendo al termine. Nonostante il mio silenzio, di cose ne sono successe. Intanto, sorpresa delle sorprese, ho finito il periodo alla Mediateca. Per fortuna qualche giorno prima sono entrata a far parte di una squadra di traduttori per un bel progetto interessante, quindi il giorno dopo l’ultimo giorno avevo già da lavorare e non me ne sono rimasta in casa seduta sul divano in depressione.

Nello stesso periodo sono stata tre giorni al Salone del Libro di Torino. Che figata (si può dire? Lo posso dire?). Ho finalmente incontrato di persona delle colleghe (e uno stratosferico collega) con cui avevo seguito un corso di traduzione agli albori della pandemia. Durante quell’incredibile avventura ci siamo fatti forza a vicenda, abbiamo pubblicato un libro in traduzione e siamo diventati amici, il tutto senza mai esserci visti di persona. Così, quando dopo più di un anno ci siamo ritrovati a Torino, è stato come rivedere gente che conoscevo da un secolo.
Al Salone ho conosciuto anche nuovi colleghi e colleghe, persone toste i cui nomi comparivano nei libri in vendita nei vari stand. Mi ha fatto un bell’effetto passeggiare per i padiglioni, leggere i loro nomi sui frontespizi dei libri e poi raggiungerli di persona per un caffè.

In questi mesi di silenzio ho tradotto, ho letto molto, più tardi ti parlerò di alcune letture, e dal primo di agosto ho ufficialmente un contratto part-time con una cooperativa come “addetta ai servizi di biblioteca”.
Ho avuto fortuna perché svolgerò tutte le ore nella stessa biblioteca, senza dover girare come una matta e rimanere imbottigliata nel traffico di Bologna. È più piccola rispetto alla Mediateca, ma non per questo meno importante. È una biblioteca di quartiere molto presente nella vita della comunità; sono sicura che sarà una bella sfida.

Ovviamente, essendo ritornata tra gli scaffali quasi tutti i giorni, ho ricominciato a prendere vagonate di libri in prestito. Nel momento in cui scrivo ho sette libri di biblioteche varie sulla scrivania, di cui cinque per ricerche di lavoro.

Gli altri due sono Il lavoro non ti ama di Sarah Jaffe, traduzione di Rocco Fischetti, edito minimum fax e Consigli per sopravvivere in natura di Margaret Atwood, traduzione di Gaja Cenciarelli, Racconti edizioni.

Il primo è un saggio che si può riassumere nel sottotitolo: o di come la devozione per il nostro lavoro ci rende esausti, sfruttati e soli. Ne aspettavo l’uscita da un po’, perché sono sicura avrà delle ottime lezioni da darmi.
Al momento sto leggendo la prima parte, le testimonianze sono tutte di lavoratori americani, ma i princìpi di fondo sono applicabili a ogni parte del globo. Quella che mi interessa più di tutti è la parte che riprende il detto “Fa’ ciò che ami e non lavorerai nemmeno un giorno in vita tua”. Beh, è così che si viene sfruttati, no? Mi è capitato molte volte di fare favori a gente che mi ha incastrata, più che altro conoscenti o appunto persone che pensavano di fare le furbe, di tradurre del materiale per loro o tenere una lezione ai loro figli senza ovviamente essere pagata, perché tanto mi piace e quindi lo faccio volentieri. All’inizio ci cascavo spesso, ora per fortuna ho imparato a riconoscerle e riesco a svicolare. Anche con gli amici e i famigliari faccio in modo che siano episodi sporadici, perché è comunque tempo che non dedico al mio lavoro o agli affari miei. Mi fermo qui, ci sarebbe tantissimo di cui discutere, ma non è mia intenzione in questo momento.

Il libro di Atwood, invece, è una raccolta di racconti che si prospetta cattivella e che cercherò di iniziare a breve. Non nascondo che le aspettative sono molto alte, sia perché conosco e apprezzo lo stile dell’autrice, sia perché ho seguito alcune lezioni con la traduttrice. Insomma, mi aspetto grandi cose.

Ho di recente scoperto la scrittura di Amélie Nothomb e ne sono rimasta molto contenta. Nella biblioteca dove lavoro ci sono diversi suoi libri, è questione di settimane prima che cominci a portarmeli a casa.

Altri due libri da consigliare, sempre di autrici, sono La casa di marzapane di Jennifer Egan, traduzione di Gianni Pannofino, edito da Mondadori e L’archivio dei sogni spezzati di Elizabeth Buchan, traduzione di Patrizia Spinato, edito da Nord.

Il primo racconta le storie intrecciate di vari personaggi, nel passato e nel presente, un presente molto più tecnologico ma parecchio verosimile. C’è un sottofondo inquietante in tutta la lettura, una sensazione agrodolce di disagio anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto. Il tema di fondo è quanto permettere alla tecnologia di permeare le nostre vite. In alcune storie è presente in ogni aspetto, con scene che ricordano la serie Black Mirror, mentre in altre storie i personaggi hanno scelto di non vivere immersi nella tecnologia, ma di liberarsene, e sembrano stare meglio.

Il secondo libro, devo ammetterlo, mi ha catturata soprattutto per le sue descrizioni di Roma. Non è scontato che uno scrittore straniero riesca a cogliere l’essenza dell’Italia senza stereotiparla. Mi sono sentita molto orgogliosa. Anche in questo caso abbiamo una storia dolceamara, un po’ d’amore e un po’ di mistero. Il presente parla di Lottie, archivista inglese trasferitasi appunto a Roma, che legge il diario di una donna come lei, inglese a Roma, che ha vissuto nel periodo turbolento culminato con l’omicidio di Aldo Moro. Poco per volta, Lottie scopre una rete di intrighi che si è trascinata fino a lei, cercando di dare risposte al passato dell’altra donna, ma soprattutto al suo presente.

Ovviamente, oltre a quelli presi in prestito, ho ancora un sacco di arretrati di libri che ho comprato o che mi sono stati regalati e che poverini mi guardano dagli scaffali chiedendosi perché mai li faccio sentire di serie B. Potrei impormi di parlarti di uno di questi nell’articolo del prossimo mese (e fu così che non si fece più sentire fino a Natale).

Per ora è tutto, prometto di riaggiornarti presto.

Alla prossima e… Avanti tutta!

DIETRO LE QUINTE DI UNA BIBLIOTECA

(ovvero, ode a dodici mesi di quante cose ho imparato)

Manca una settimana esatta alla fine del mio anno di servizio civile. Non so bene come mi sento. Da un lato sono contenta, perché posso lanciarmi di nuovo a capofitto nei miei progetti di traduzione. Dall’altro lato, però, so che la Mediateca mi mancherà molto.

Quante ne ho vissute! Ho un bagaglio di esperienze stupendo, fatto di sfide, traguardi e lezioni imparate. C’è da dire che credo di aver sviluppato ancora più manie ossessivo-compulsive di quante non ne avessi già. Per esempio, immagina la scena. Ho un libro tra le mani, di solito appena rientrato dal prestito. Lo sfoglio per controllare che non ci sia rimasto niente dentro (della varietà di oggetti usati come segnalibri te ne parlo tra poco). Noto con raccapriccio che è sottolineato. Anzi, anche peggio, è pure annotato. A questo punto il piccolo Sheldon Cooper che è dentro di me deve assolutamente cancellare. Mi armo di gomma e pazienza e, con un misto di irritazione e soddisfazione, mi accingo a far tornare immacolata la vittima di carta. Ci sono stati un paio di casi in cui non ho cancellato tuttissimo, perché c’erano annotazioni continue e mi sono limitata a sfoltire i segni di matita qui e là. Però la maggior parte delle volte ho rimesso sugli scaffali libri privi di grafite in eccesso.

Mi è capitato di trovare altri pazzi furiosi come me, che si impermalosivano perché trovavano sottolineature nei libri presi in prestito. Un utente ha addirittura telefonato insistendo perché sgridassimo chi aveva preso il libro prima di lui, perché non riusciva a leggere senza farsi distrarre dalle note dello zelante lettore.

Come ti dicevo, dentro i libri si trova la qualunque. A parte i classici segnalibri più o meno artigianali, sono comparsi: biglietti dell’autobus e del treno, liste della spesa, pezzi di rubrica con nomi, cognomi e numeri di telefono, biglietti da visita di Tizio e di Caio, fiori e foglie secche (tra cui una stella alpina e un quadrifoglio), fazzoletti e strappi di carta igienica, cartoline, biglietti di auguri, santini (di santi e di defunti), una piccola stella marina, il menù di una pizzeria, carte di merendine, capelli. E di sicuro ho dimenticato qualcosa.

Un trucchetto utile che ho imparato, e che magari se frequenti le biblioteche sapevi già, ma per me è stata una rivelazione, è che si possono creare liste di libri sul catalogo del polo. Basta accedere con le proprie credenziali, tra cui lo SPID, e aggiungere i titoli alla propria lista. Ho passato almeno nove mesi ignorando questa funzionalità, ma adesso non rischio più di dimenticarmi il titolo super figo che ho scoperto navigando su e giù per il catalogo e che voglio assolutamente leggere o regalare e di cui poi puntualmente dopo mezz’ora non ricordo più nemmeno l’iniziale dell’autore. Sì, sono leggermente esaltata.

La cosa più da pazzi, anzi, più da masochisti, che prima o poi tutti i bibliotecari devono affrontare, è lo sport estremo dei solleciti telefonici agli utenti che non restituiscono libri da più di 60 giorni. Ci vuole una buona preparazione psicologica prima di cominciare le telefonate. C’è una lista a cui fare riferimento, con tutti i dettagli degli utenti e dei prestiti in ritardo: nome, numero di telefono, indirizzo, quanti e quali libri, quanti giorni di ritardo. Il mio riscaldamento consisteva nello studio approfondito della lista, un po’ come quando si percorrono le strade prima di una gara. Poi mi piazzavo davanti al telefono che viene usato solo per i solleciti, facevo un paio di respiri profondi, scioglievo le articolazioni delle spalle, impugnavo la penna e digitavo il numero. Ho fatto le prime chiamate con la mascherina, ma a un certo punto nella foga mi ritrovavo quasi a urlare, perciò poi mi è stato concesso di toglierla, tanto ero un po’ in disparte.

Gli utenti molto in ritardo hanno tre reazioni standard. Ci sono quelli che negano. Assolutamente no, non è possibile, vi state sbagliando, io non prenderei mai quel libro, ho sempre restituito tutto.

Ci sono quelli che hanno la refurtiva che li fissa ogni santo giorno, ma sono pigri o si dimenticano di portarlo. Per mesi. Di solito un sollecito telefonico fa effetto perché li riscuote dal torpore.

Poi ci sono quelli che sanno perfettamente di essere in torto, ma non ricordano più dove hanno messo il libro, se l’hanno prestato a loro volta, se l’hanno sepolto negli scatoloni dell’ultimo trasloco. Allora si mettono subito sulla difensiva e dicono che controlleranno. Mi è capitato che alcuni interrompessero la chiamata di colpo, come opossum che si fingono morti.

Uscivo stremata da queste sessioni, con una gran voglia di abbracci e di cioccolata. Quando poi vari utenti con la coda più o meno tra le gambe hanno cominciato a riportare libri con ritardi di 200 giorni… Ah, qual gaudio!

Qui si conclude il resoconto delle mie avventure da bibliotecaria, meglio per te perché potrei parlarne per ore.

Alla prossima e… Avanti tutta!

MARZO 2022

(ovvero, tra un po’ questo pianeta ci sfratta)

Che periodo. Come stai? Credo sia normale sentirsi un po’ confusi con quello che sta succedendo nel mondo da due anni a questa parte. Ammettilo, vorresti tornare alla noiosa normalità di una volta. E invece no, ci tocca assistere a un corso particolarmente agitato della Storia.

Che poi, quando sono agitata come lo è questo corso della Storia mi metto a fantasticare. Oggi vorrei provare a portarti in uno dei miei deliri.

Immagina.

C’è un grande palazzo, con vetrate immense, balconi in ferro e piastrelle di ceramica alle pareti. O almeno, questo è il mio palazzo, tu puoi immaginarlo come preferisci. Un grattacielo, un super attico, la Tana dei Weasley. Insomma, questo bell’edificio accogliente è il mondo, e all’interno vivono androidi programmati per mantenere vivace la situazione. Per semplicità me li immagino un po’ come una famiglia, o meglio, come una di quelle comunità che vivono di sussistenza nelle foreste dell’America Latina. Il quadro è totalmente dissonante rispetto a come potrebbe apparire un gruppo di androidi dentro un palazzo sontuoso, ma te l’ho detto che sto delirando.

Dunque, torniamo ai nostri protagonisti. C’è il ragazzino terremoto, la giovane piromane e il bebè produttore di muco ipercontagioso. C’è la vecchietta che mette tutto in ordine a passo di lumaca, il vecchietto sbadato che fa cadere le cose. E altri soggetti vari dalle sembianze disparate, ognuno con un compito ben preciso per mandare avanti la giostra.

Dato che non hanno bisogno di svolgere attività altamente cronofaghe che caratterizzano noi esseri umani, tra cui mangiare, dormire e socializzare, passano il tempo giocando a una sorta di The Sims da tavolo in stile Decameron. A turno ognuno viene incoronato re o regina e sceglie il tema dei prossimi accadimenti.
Era appena finito il turno della giovane piromane, che ora se ne sta stravaccata soddisfatta sul divano facendo rimbalzare in mano la pedina del suo appiccatore d’incendi, quando il bebè produttore di muco ipercontagioso si è messo a scombinare le pedine, raggruppandole per colore, infilandosele nel naso e starnutendole di nuovo sul tabellone. Il piccolo moccioso ha preso alla sprovvista tutti gli altri giocatori, che all’inizio non hanno intuito la gravità della situazione e hanno continuato a negare l’evidenza anche quando non sono più riusciti a radunare le pedine. Si sono resi conto che la soluzione era aspettare che il bebè decidesse di liberarle starnutendole fuori.

Finalmente, in seguito a vari tentativi per dominare la situazione nuova e inaspettata, ogni pedina è tornata al suo posto, dopo essere stata accuratamente lavata e disinfettata. Gli androidi sono così di nuovo pronti a ricominciare la partita.
In tutto quel trambusto, però, non si sono accorti che il ragazzino in piena esplosione ormonale con manie di protagonismo era sgattaiolato a cercare gli attrezzi di scena, visto che è il suo turno di essere incoronato nuovo re. Ecco che il ragazzino fa irruzione vestito da Miley Cyrus su una palla da demolizione e si mette a dondolare sghignazzando, tutto fiero della sua prodezza. Solo che nella foga non aveva calcolato bene le dimensioni dell’entrata in scena, così inizia davvero a demolire il salotto, distruggendone prima un angolo e poi estendendo i danni a mobili e oggetti circostanti. I giocatori sono allibiti, credevano che calmare il bebè fosse stato già abbastanza difficile e non sono pronti a una nuova crisi familiare.

Un adolescente esagitato va blandito coi giusti metodi, sono sicura che nel gruppo ci sia un androide programmato per seguire la via della saggezza e che saprà risolvere la situazione. Tenendo comunque conto che il bebè produttore di muco continua a occhieggiare le pedine, anche se ormai è quasi l’ora della nanna e comincia a mostrare segni di cedimento.

Come vedi, la mia mente agitata ha dato una propria interpretazione di quello che sta succedendo in questo pazzo mondo, probabilmente per proteggersi e non ragionare troppo su quanto siamo vicini all’estinzione.

Per il resto, mi sento un po’ come una libreria straripante. Ho appena iniziato un nuovo corso di traduzione a cui tengo tantissimo e ho una gran paura che non vada come vorrei. Continuo le mie 5 ore giornaliere in biblioteca, le lezioni e le traduzioni nel resto della giornata, ma me ne starei volentieri a letto tutta la mattina. Ho sbalzi di umore alla Bohemian Rapsody e una costante fame di torte. Non che sia una novità.

Nonostante io sia un po’ fuori di testa, mi permetto di darti un consiglio, valido in questo interminabile periodo buio come in qualsiasi altro periodo più o meno luminoso: abbraccia un po’ più spesso qualcuno che ti è vicino, fa bene alla salute.

Alla prossima e… Avanti tutta!

LUNATICHERIE D’INVERNO

(ovvero, cronaca stanca dei mesi freddi)

Interrompiamo le solite trasmissioni libresche e approfittiamo di questo spazio per raccontare i disagi invernali. Per carità, è una stagione necessaria, ha il suo fascino, però quest’anno mi sta davvero tirando a cemento.
Sarà che gli ultimi due anni l’ho passato più che altro in casa, quindi forse non ci sono più tanto abituata, ma devo dirlo: l’inverno mi spossa. L’inverno mi stufa, l’inverno mi sfalda. Prosciuga la mia voglia di fare e mi riduce a un ghiro letargico che vorrebbe starsene soltanto sotto la sua copertina calda.

Proprio il ricordo dei due inverni passati mi spinge a dire che sì, in effetti uscire un po’ e vedere gente potrebbe farmi bene. Solo che poi c’è freddo, devo vestirmi a strati ed essere pronta per qualsiasi evenienza. Due indumenti di lana sono ottimali all’esterno, esagerati all’interno. E così passo le giornate in una costante oscillazione umorale, maledicendomi mentalmente per aver accettato di uscire tre sere a settimana, per poi essere contenta di averlo fatto, divertirmi un sacco e dimenticarmi per un momento che non volevo uscire perché fa freddo.

In tutto questo, poi, mi sono auto proposta una sfida e ho cominciato ad andare in palestra di mattina, prima del turno in biblioteca. Da gennaio c’è un nuovo corso che comincia alle 7:10 (sì, del mattino, esatto) e, a parte l’iniziale trauma della sveglia alle 6 a cui proprio non mi abituo, l’allenamento fila via liscio e la giornata parte con un brio in più.

La nuova abitudine mi ha un po’ aiutata ad affrontare le mattine invernali. Soprattutto all’inizio arrivavo in palestra che era ancora buio, ma ne uscivo con la luce e mi sentivo molto soddisfatta. Solo un mattino ho avuto una piccola disavventura. Stavo sfrecciando con un catorcio di bicicletta, perché la mia nuova aveva una ruota bucata, e ho preso una curva stretta sulla strada ghiacciata. Sono planata a pelle d’orso sull’asfalto gelato. Per fortuna ero come mio solito vestita a strati, quindi ho soltanto rovinato i guanti e graffiato i jeans, ma almeno non sono arrivata in palestra in un bagno di sangue. I lividi sono usciti dopo la doccia calda, i segni degli urti contro parti di bici e dell’abbraccio non richiesto col cemento.

In biblioteca continuo a trovarmi bene, ormai mancano poco più di tre mesi alla fine del servizio civile. Il mio giorno preferito è il giovedì, quando arrivano i libri provenienti dalle altre biblioteche. Mi diverto tantissimo a sfogliare i titoli che sono stati richiesti, a leggere i nomi degli utenti abituali, a volte riconoscendo le loro abitudini di lettura, a volte stupendomi. Sono sicura che per un po’ rallegro la giornata anche dell’addetto alla consegna libri, perché ogni volta che lo vedo gli faccio una gran festa. Ormai lo sa che sono la pazza che si entusiasma.

A proposito di libri (riprendiamo le solite trasmissioni libresche), nonostante la palestra del mattino mi tolga tempo per leggere, sto riuscendo a ritagliarmi altri momenti e ho qualche altra lettura di cui parlarti.

Dopo aver letto i giapponesissimi Finché il caffè è caldo e Basta un caffè per essere felici, sono rimasta in zona e ho letto Quel che affidiamo al vento di Laura Imai Messina. L’autrice vive in Giappone da anni, ha ormai una famiglia lì, e in questo libro ci parla di un tema delicato. La vita dopo i disastri naturali, di chi è sopravvissuto e ha perso qualcuno. Il disastro di cui si parla qui è lo tsunami del 2011, la vita è quella di Yui, che ha perso la madre e la figlia. È un libro struggente, triste e poetico, pieno di speranza e sensibilità.

Ti riporto uno dei miei passaggi preferiti, perché credo dia un’idea della poesia del testo: “Quando ritrovava su quei volti amati cedimento e stanchezza, li accarezzava persino con più piacere. Yui adorava i volti affaticati e sbattuti, ma quelli a cui lo diceva o non le credevano o la prendevano come una falsa lusinga. […] C’era persino chi si infastidiva. Eppure Yui era sincera, i volti stanchi erano i più affascinanti per lei. Talvolta si domandava se non fosse stato anche grazie agli incontri a Shibuya alle quattro della mattina, al volto stravolto dal sonno, che si era innamorata così di Takeshi.”

Tutt’altro genere, ma ugualmente apprezzato, è stato Il maialino di Natale della mia solita cara J. K. Rowling. E come poteva mancare? Ero già rimasta entusiasta per L’Ickabog, ma con questo nuovo racconto di Natale ho confermato il mio amore incondizionato per questa scrittrice. Ogni volta mi stupisco della sua capacità di creare mondi per bambini (tra tante virgolette) che hanno un significato e un messaggio così profondi.

Il protagonista del romanzo, Jack, sta vivendo un momento complicato. I suoi genitori si sono separati e la mamma ha trovato un altro uomo, così Jack è costretto a trasferirsi con lei. Però la nuova sorella non è per niente contenta di averlo intorno e durante un litigio in macchina lancia fuori dal finestrino il pupazzo preferito di Jack, il maialino Lino. Jack è disperato, perché nessuno potrai mai rimpiazzare il suo Lino, perciò alla vigilia di Natale decide di andare a cercarlo, accompagnato da un pupazzo molto simile al suo maialino. Insieme entreranno nella Terra dei Perduti, attraversando Fuori Posto, Usa e Getta e altri luoghi incredibili, pieni di Cose perse, dimenticate, un tempo amate, rimpiante ma mai più trovate. E quindi, Lino tornerà a casa?

Che dire, per me Rowling ha fatto centro un’altra volta, e sì che quando leggo una sua nuova creazione parto sempre stracarica di aspettative, sarebbe facile deluderle. Ancora non mi ha delusa. Forse solo un po’ con Il seggio vacante, ma non posso dirlo con certezza perché l’ho letto diversi anni fa e non me lo ricordo più di tanto.

Ti ringrazio se nonostante il titolo alla bonjour tristesse hai letto fino qui, lo apprezzo tanto.

Alla prossima e… Avanti tutta!

ANNO NUOVO, ABITUDINI VECCHIE

(ovvero, sono tornata a pescare nella sezione Ragazzi)

Eccoci qui, all’appuntamento mensile con la sottoscritta lettrice caotica. Mi sto divertendo molto a saltabeccare da un genere letterario all’altro, da un romanzo per adulti a un giallo per ragazzi.

Prima della pausa natalizia ho fatto incetta di titoli in biblioteca, e stavolta sapevo già cosa volevo.
Così, un giorno in cui ero in turno al banco del reference (ammetto che questo termine tecnico mi era sconosciuto fino a maggio dell’anno scorso, in pratica è il banco dove stanno le postazioni delle bibliotecarie) ho approfittato di un momento di tranquillità per alzarmi dalla mia brava seggiolina e marciare decisa verso l’area ragazzi. Ho rallentato davanti ai fantasy, ma mi sono fatta forza, dicendomi che prima o poi mi ci sarei fermata davvero, e ho puntato dritto sui gialli. Sotto la lettera S ho trovato il secondo e il terzo volume delle avventure di Enola Holmes, di Nancy Springer, di cui avevo letto il primo.

Poi, non so bene come, forse era esposto poco più avanti, ho visto L’Ickabog, della mia amata Rowling.

Infine, spinta da un’improvvisa intuizione, ho cambiato stanza e sono andata a colpo sicuro dai romanzi nella sezione adulti, sotto la K. Li avevo sistemati qualche giorno prima, ero abbastanza certa di trovarli ancora. Ed eccoli lì: Finché il caffè è caldo, e il suo seguito, Basta un caffè per essere felici, di Toshikazu Kawaguchi.

Con la mia spesa tra le mani, sono tornata alla mia postazione e mi sono auto-prestata i libri tutta soddisfatta.

I due volumi di Enola Holmes mi sono piaciuti, li ho trovati coinvolgenti e scorrevoli, e penso che siano ricchi di spunti per i giovani lettori che si avvicinano al genere. Enola è la sorella minore di Sherlock Holmes, allevata da una madre femminista e suffragetta che le ha insegnato il linguaggio dei fiori, la crittografia e a cavarsela da sola. Quest’ultimo è un punto centrale nei vari libri, perché il nome Enola, letto al contrario, in inglese dà alone, da sola. È come se la madre avesse voluto decretare fin da subito il destino della figlia giocando col suo nome.
In questi libri viene ritratta l’industrializzata Londra di fine ‘800, con tutte le sue ipocrisie, convinzioni e distinzioni sociali. Enola è una divertente e ironica voce fuori dal coro, una ragazza che combatte per la propria indipendenza e supera in astuzia anche il fratello investigatore. I casi su cui indaga Enola non sono per niente banali, anzi, mi sono sembrati appassionanti.

Una bella sorpresa (ma poi neanche tanto sorpresa, perché quando una sa scrivere non c’è niente da fare, sa scrivere) è stato L’Ickabog di J.K. Rowling. È una favola che aveva nel cassetto da diverso tempo, ma una volta finito di scrivere il settimo Harry Potter ha voluto cimentarsi con libri più per adulti (Il seggio vacante e la serie delle indagini di Cormoran Strike). Solo durante la pandemia, in occasione del primo lockdown, ha pensato di riprendere la favola, metterla su carta e farla circolare gratuitamente su internet perché i genitori potessero leggerla ai figli.

La vicenda si svolge nell’idilliaco regno di Cornucopia, dove tutti vivono felici governati da un re magnanimo. Se non fosse che, a un certo punto, accade qualcosa che rompe l’idillio e cominciano a circolare le voci che la leggenda dell’Ickabog, un feroce mostro delle paludi, sia vera, e che proprio questo mostro sia la causa delle sventure che a poco a poco colpiscono il regno.
Ho solo una cosa da dire. Quanto è brava questa donna. Tutti i dettagli e i personaggi secondari, anche quelli che sembrano più insignificanti, alla fine vanno a costruire un insieme perfetto, incastrandosi come i pezzi di un puzzle. Mi è piaciuto davvero tanto, e devo dire che dopo Harry Potter sentivo un po’ la mancanza della sua maestria nel tessere storie “per bambini” (tra tante virgolette).
Non voglio dirti niente di più, credo che valga la pena leggerlo, anche solo per rilassarsi con qualcosa di diverso. Era una pausa che mi serviva, giusto in tempo per ritornare alla più problematica letteratura per adulti.

Sì, perché, passando ai romanzi dello scrittore giapponese Kawaguchi, non ti nascondo che alla fine del primo volume ho versato la mia calda lacrimuccia.

Premetto che, nonostante io abbia studiato giapponese in triennale, non avevo mai letto nulla di un autore giapponese. Sono rimasta un po’ spiazzata per l’atmosfera, che mi è sembrata, appunto, parecchio giapponese. Le interazioni tra i personaggi, il loro modo di porsi, le usanze, i dialoghi. È tutto molto giapponese. Ma va bene così, è il suo bello.
Di cosa parla Finché il caffè è caldo? Esiste una caffetteria, a Tokyo, dove è possibile viaggiare del tempo. Ci sono però regole ben precise da seguire ed è importante tenere a mente che, qualsiasi cosa si faccia durante il viaggio nel tempo, non è possibile cambiare il presente. C’è chi decide comunque di intraprendere il viaggio e tutti, in un modo o nell’altro, ne rientrano sereni.

Devo essere sincera, in certi punti l’ho trovato un po’ melenso, complice anche il fatto che non sono troppo abituata alla rigidità della società giapponese, ma a lettura ultimata mi ha comunque lasciato un sapore dolce, un vago aroma di speranza. Ho perciò cominciato il secondo volume un po’ più consapevole di quello che troverò e già più immersa nell’atmosfera orientale.

Anche per questo mese si conclude qui il mio resoconto libresco.

Alla prossima e…. Avanti tutta!

LE LETTURE DEL 2021

(un po’ come il riassunto di Spotify)

Quello che pensavo di fare per l’articolo di dicembre era commentare le letture di quest’anno. Poi sono andata a rileggere la lista e ho pensato che ne sarebbe uscito un monologo infinito.

Comincio dicendoti che dall’anno scorso ho iniziato a usare Goodreads, una piattaforma dove si può tenere traccia dei libri letti aggiungendoli alla propria libreria virtuale. In biblioteca usiamo Anobii (per i libri in seconda copia non catalogati) una piattaforma simile, poi so che esiste anche Google Books. Insomma, di modi per avere anni di letture sott’occhio ce ne sono.

Il primo libro che ho finito nel 2021 (finito, perché l’ho iniziato a dicembre 2020) è Il tamburo di latta del Premio Nobel tedesco Günter Grass. Ti dico solo che l’inizio della mia recensione sulla piattaforma è questo: “Non è lo scrittore per me, non è il libro per me.”
Chiedo scusa al collega traduttore che me l’ha consigliato, ma è stata proprio una lettura sofferta. Ho quindi cominciato l’anno un po’ disgustata, perché il protagonista mi è stato antipatico fin dall’inizio e ho fatto davvero tanta fatica ad arrivare alla fine. Parla di un nano capriccioso ed egocentrico che commette le peggio porcherie e riesce sempre a uscirne illeso. Va bene, no, sto esagerando, però questo è il primo pensiero che si è presentato al momento di farne un riassunto.

Dopodiché, ho deciso di entrare in un terreno familiare e sicuro. Ho riletto la saga di Harry Potter. Come sempre, magnifica. E mi limito a questo singolo aggettivo perché potrei andare avanti entusiasta per ore (e ne ho anche già scritto un articolo).

Il resto delle letture ha seguito un po’ il caso: libri che mi sono stati regalati, o che hanno catturato la mia attenzione in biblioteca.

Ho ritrovato la mia amata Bianca Pitzorno con Sortilegi. Ho scoperto scrittrici meravigliose come Susanna Clarke con Piranesi, Madeline Miller con Circe e Margaret Atwood con Il racconto dell’ancella e Il canto di Penelope.

Ho finalmente letto qualche libro in francese, la mia lingua preferita. In realtà solo perché un ragazzo a cui do ripetizioni doveva leggerli in estate e scrivere svogliatissimo un commento, così ne ho approfittato per scoprire due romanzi corti: L’étranger (Lo straniero) di Albert Camus e Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran (Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano) di Éric-Emmanuel Schmitt; e una commedia del teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco, Rhinocéros (Il rinoceronte).

Un altro libro in francese mi si è palesato per caso in biblioteca. Stavo riordinando, quando mi è comparso tra le mani un libricino con testo originale a fronte: Poemi dalla negritudine. È una raccolta di poesie di scrittori africani francofoni, e si dà il caso che l’anno scorso, durante il Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, io abbia curato i sottotitoli in italiano di un documentario in francese che parlava proprio di uno di questi poeti. Così l’ho preso, curiosa soprattutto di confrontare la mia traduzione con quella del libro.

Quest’anno ho finito 31 libri, sto per finire il trentaduesimo e ne ho altri 4 cominciati. Uno è un audiolibro, un altro un ebook. Rimangono nella lista perché non mi sono mai presa la briga di cancellarli, ma penso proprio che non li finirò. Sono su supporti elettronici che ancora non riesco ad affrontare, mi sembra quasi di non leggerli davvero.

Un altro, che staziona sul mio comodino da quasi un anno, è Le onde di Virginia Woolf. L’avevo iniziato abbastanza entusiasta, ma purtroppo non mi ha presa. Ci sono quattro personaggi che parlano a turno, soliloqui che si intervallano e che vanno più o meno a comporre la storia della loro vita. Non è esattamente il mio genere. Il mio cervello registra che quello che sto leggendo è bello e poetico, ma non ne coglie il senso. Perciò se ne rimane lì, e ogni tanto leggo un paio di pagine prima di addormentarmi.

L’ultimo libro iniziato e mai finito è Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams (anche su questo ho scritto un articolo). Mi piace tantissimo, mi diverte molto, ma è in un formato gigante davvero scomodo. Ho letto oltre le prime 600 pagine, me ne mancano appena 200 per concludere il ciclo completo, ma sono stata distratta da altri libri più maneggevoli e trasportabili. Però lo finirò, rientrerà nei libri del 2022.

Il libro che voglio invece assolutamente finire prima delle feste mi è stato consigliato da un’amica e collega traduttrice. La tredicesima storia di Diane Setterfield. Quanto mi piace! È la storia di una libraia un po’ asociale, biografa per caso, che un giorno riceve una lettera da Vida Winter, una famosissima ma misteriosa scrittrice. Ormai anziana, questa scrittrice vuole raccontare la vera storia della sua vita, che non ha mai svelato a nessuno, e invita Margaret, la libraia, a casa sua, perché rediga una biografia.
L’atmosfera del libro è un po’ cupa, ci sono dei non detti crudi e inquietanti, ma la lettura scorre fluida e mette una gran curiosità. Per di più la vicenda è narrata in un periodo nebbioso e piovoso tra novembre e dicembre (il compleanno di Margaret è il 19 dicembre) e io adoro queste coincidenze.

Ecco, alla fine ho davvero scritto un monologo.

Grazie per avermi letto fin qui (se non hai desistito prima). Ti auguro feste serene, qualche buona abbuffata e un po’ di riposo.

All’anno prossimo e… Avanti tutta!

NEBBIE E INFUSI

(ovvero, se non rispondo è perché sto leggendo)

Sapevo che sarebbe successo, sapevo che non avrei resistito. E come avrei potuto? Forse non potrai capire la mia tentazione, perciò immagina la scena: ami i dolci, i pasticcini, le torte. Lavori in una pasticceria, a volte direttamente al banco e aiuti i clienti a riempire il vassoio delle occasioni speciali. “Mi piacciono tanto i dolci al pistacchio, cos’avete?” Il bignè al pistacchio, oppure una monoporzione con pan di spagna e crema al pistacchio, oppure quel pasticcino di pasta di mandorle e granella al pistacchio. Passi tutto il giorno a consigliare pasticcini, a riempire vassoi e piattini, a guardare i clienti uscire tutti soddisfatti e quelli che si nutrono allegri nel negozio. Resisti per mesi, ma a un certo punto non ce la fai più. Ne assaggi uno. Ne assaggi un altro. È finita, sei dipendente. Cominci a riempirti vassoi su vassoi e a portarli a casa, abbuffandoti, felice come una Pasqua.

Ecco, questo è quello che mi è successo e che mi sta succedendo in quest’ultimo mese, però con i libri della biblioteca. Non riesco a controllarmi. Ne leggo dai tre, ai quattro, ai cinque in contemporanea, e appena ne finisco uno non mi metto certo a pensare che intanto potrei finire anche gli altri. No! Vado in cerca di un nuovo titolo, a volte anche due.

Ogni mattina guardo fuori dalla finestra e vedo la pioggia, o il cielo grigio, o la nebbia. Allora metto su il tè, preparo il leggio davanti alla colazione e mi immergo nella ormai quotidiana mezz’ora di fuga dalla realtà.

E a questo proposito vorrei parlarti dell’ultimo libro che ho finito e che, con mio grandissimo gaudio, enorme gioia, incommensurabile soddisfazione, parla di gente che legge libri. Che noia, dirai, cosa ci trovi di tanto emozionante? Concedimi di spiegare.

Il libro in questione si intitola La biblioteca dei giusti consigli ed è l’esordio di Sara Nisha Adams. Ci sono tanti personaggi diversi in questo libro, tutti caratterizzati molto bene, sembra quasi di ritrovare amici e conoscenti, ma i due principali sono la giovane Aleisha e l’anziano Mukesh. Lei lavora in una biblioteca di Wembley, non perché le piaccia, ma perché ha bisogno di soldi. Lui non si è mai interessato ai libri e un giorno càpita in quella stessa biblioteca quasi per caso. Sarà una particolare lista di letture (elemento che dà il titolo all’originale, The Reading List) a unire questi due protagonisti, ma anche molti degli altri personaggi. E alla fine, niente, non ce l’ho fatta, ho pianto.

Questo libro è una dichiarazione d’amore per i libri e la lettura, ma anche per le biblioteche, che resistono e cercano di essere rifugio per la comunità. Spiega che non importa cosa e quanto si legge, né a che età si comincia, ma che è fondamentale leggere quello che ci piace ed essere pronti a parlarne con chi ci è vicino, perché molto spesso si riesce a instaurare rapporti insospettati proprio tramite le pagine.

È scritto in modo così fluido e coinvolgente che ne ho letto metà in un solo giorno. Dentro ci ho trovato gesti che ormai da diversi mesi sono abituata a svolgere anch’io: andare in biblioteca tutti i giorni, aiutare gli utenti a scegliere o reperire un libro, fermarmi a scambiare opinioni su letture vecchie e nuove. Ci ho trovato anche familiari abitudini da lettrice: portarsi dietro un libro ovunque, ritagliarsi del tempo per immergersi in una storia, cominciare ogni nuovo libro con il batticuore.

Ti lascio due spezzoni per farti un’idea, il primo preso dall’inizio:

La testa la faceva impazzire e aveva bisogno di andarsene, lasciare Wembley, lasciare la sua famiglia, lasciare tutto. Ma un libro poteva fare quel genere di miracoli?

E il secondo preso dalla fine:

Erano tutti i suoi libri preferiti, i libri con cui era cresciuta, i libri che l’avevano trovata al momento giusto, che le avevano dato conforto quando ne aveva bisogno, che le avevano dato una via di fuga, un’opportunità di vivere al di fuori della sua vita, un’opportunità di amare con più forza, una possibilità di aprirsi e di far entrare le persone.

Prima di questo bel romanzo ho letto il primo volume della serie di Enola Holmes Il caso del marchese scomparso. Devo indubbiamente ringraziare Netflix e il film con Millie Bobby Brown per avermela fatta scoprire, anche se la serie risale ormai a diversi anni fa: è stata scritta dal 2006 al 2010.

Per chi ha visto il film, nel libro si ritrova l’atmosfera briosa della trasposizione cinematografica e l’esuberanza di una ragazzina che deve fare i conti con un cognome pesante. È indubbiamente un libro per ragazzi, ma si fa leggere volentieri, perché ha tutto quello che serve per essere un buon giallo. Certo, non ci sono descrizioni cruente né scene macabre, quindi se sono gli elementi che cerchi in un giallo, questo libro non fa per te.

Probabilmente leggerò altri libri della serie, e di sicuro ne leggerò altri della scrittrice, Nancy Springer, che è in attività dal 1985 e ha una penna che mi incuriosisce.

Tra quelli in lettura ho Circe di Madeleine Miller. È la storia, ma pensa un po’, della maga Circe, della sua infanzia, adolescenza e poi di come ha scoperto e affinato le proprie capacità magiche in età adulta. È una ninfa figlia del dio Elios e della naiade Perseide, ma è diversa dai suoi fratelli e sorelle, dai suoi parenti, dalle altre ninfe. Ha la voce di una mortale e il suo aspetto non è luminoso come quello degli altri figli del sole. È proprio la sua diversità a renderla speciale, più sensibile, più attenta, in qualche modo più forte.

Attraverso i suoi occhi ho ritrovato tante figure della mitologia: Prometeo che ruba il fuoco e viene punito (ricordi? Ogni giorno un’aquila gli mangia il fegato, che poi si ricompone ogni notte). Scilla, la più bella e perfida delle ninfe d’acqua, trasformata proprio da Circe in un orrendo mostro marino perché gli ha rubato l’innamorato. Minosse e il terribile Minotauro, la dolce Arianna e l’artigiano Dedalo, padre di Icaro. Gli scherni del dio Ermes, la crudeltà di Medea.

Circe si interessa delle vicende degli umani, ma la loro vita equivale a pochi giorni della sua, così è costretta a perdere tutti quelli a cui ha voluto bene e a vivere in una costante solitudine.

Sono arrivata a quando, dopo un anno passato nell’isola di Circe, Odisseo parte per andare a parlare con l’indovino Tiresia, e poi alla volta di Itaca, lasciando di nuovo sola Circe.

Non vedo l’ora di continuare, ma sono già sicura che al prossimo giro tra gli scaffali della biblioteca verrò di nuovo folgorata da un babà al rum o magari da una tortina al riso.

Alla prossima e… Avanti tutta!

BATMAN E L’ANCELLA

(ovvero: sogno di una notte d’inizio autunno)

Ah, l’autunno. Che stagione infida e subdola. Ma anche così ricca e carica di ritorni. Tornano le zucche, le castagne, tornano le copertine di pile e le tisane calde alla sera. La stagione di quando sai esattamente a che ora è uscita di casa la persona che ti sta di fronte, ti basta guardare quanti strati ha oltre alla maglietta.

Quel periodo dell’anno in cui l’escursione termica tra cinque minuti prima del tramonto e cinque minuti dopo il tramonto è paragonabile a quella tra giorno e notte nel Sahara. In cui la prima domenica di ottobre sei ancora in costume sull’Adriatico e la seconda domenica hai la canottiera di lana e le doppie calze.

La stagione a cavallo tra l’estate e l’inverno, ma in sostanza cambia tutto nel giro di un paio di rotazioni terresti e da un giorno all’altro ti ritrovi a non sapere se dare spazio alla nostalgia della spiaggia o alla trepidazione del Natale.

Quindi puoi capire come possa facilmente influire sul mio sonno questo stato d’animo in bilico ma molto squilibrato. E dato che anche quando mi appisolo nel pomeriggio ho un riposo carico di sogni, puoi immaginare che razza di stranezze abbia prodotto la mia mente nella fase rem.

Partiamo intanto da una doppia premessa.
Ho sempre amato molto i film di supereroi, a cominciare dagli Spiderman con Tobey Maguire e Daredevil di Ben Affleck (primi anni 2000), tanto da sentire il bisogno di riguardarli a cadenza più o meno regolare.

Così, agli albori di questo autunno – e con la nuova versione di Robert Pattinson presto nelle sale – ho deciso di riguardare la trilogia di Christopher Nolan, dove Batman è interpretato da un sublime [scelgo questo aggettivo per essere raffinata, ma tu puoi scegliere quello che più preferisci, anche a seconda del tuo orientamento sessuale] Christian Bale.

Se non hai mai visto la trilogia del Cavaliere Oscuro, sappi che l’atmosfera di tutti e tre i film è cupa, mette a disagio, instilla disperazione. E certe immagini di lotta, ribellione e distruzione sono così verosimili, che è facile immaginarsele in luoghi familiari.

Inoltre devi sapere che nel frattempo mi sono decisa a leggere Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood, di cui tanto ha spopolato la serie tv (che non ho visto). Un’altra storia tutt’altro che inverosimile; estrema, certo, ma con tanti aspetti quasi reali.
Nella società distopica ritratta in questo libro, le donne si dividono in categorie di utilità, come Mogli, Ancelle, Marte. Non hanno alcuna libertà, sono costantemente sorvegliate e devono assicurare una discendenza ai Comandanti, gli uomini di potere ai vertici della comunità. A un primo impatto potrebbe sembrare un racconto fantastico, ma durante la lettura ho trovato tantissimi punti in comune con certe realtà attuali. Da brividi.

Perciò, in una delle prime notti autunnali in lotta tra caldo e freddo, pigiama corto e coperta pesante, il mio cervello ha pensato bene di trasferire alla mente il disagio fisico, facendomi sognare un miscuglio tra i film e il libro.

Strade in penombra, con appena qualche fioco lampione acceso qua e là. Nessuno in giro, solo ombre di gente che non dovrebbe trovarsi fuori casa e per questo si sposta furtiva. D’improvviso, una piccola schiera di Ancelle (ampi vestiti rossi e strette cuffiette bianche) sbuca a passo di marcia da dietro un angolo. Hanno in mano fiaccole accese e le scagliano con rabbia sui portoni delle case, dentro i negozi di cui rompono le vetrine. Tutto comincia a bruciare e da ogni direzione arrivano cavalli impazziti, con in groppa uomini con un sacco di tela sulla testa. Poi, con il rapido cambio scena tipico dei sogni, si passa all’interno di uno di questi palazzi in fiamme, dove c’è in corso una lotta tra due schieramenti: grosse figure vestite di nero e clown in giacca e cravatta sgargianti. E nell’aria c’è la brutta sensazione che le cose non stiano andando come dovrebbero, perché una musichina inquietante si diffonde da altoparlanti nascosti.

Mi salva la sveglia.

Alla prossima e… Avanti tutta!

DI BORGHI, VINI E LATTICINI

(ovvero: le mie grosse grasse vacanze italiane)

Ancora non ci credo che siamo arrivati alla fine dell’estate. Un po’ perché me ne sono giocata una parte in quarantena, un po’ perché sono rientrata dalle ferie da neanche una settimana.

La meta delle vacanze di quest’anno è stata l’Italia. Borghi poco conosciuti, cittadine visitate diversi anni fa. Di tre regioni: Toscana, Lazio e Umbria, perché comunque in due settimane era complicato fare di più, con l’aggiunta di una penultima tappa al mare nelle Marche e l’ultima in montagna nel Trentino.

Sono state le ferie ideali perché per due intere settimane non ho minimamente pensato al lavoro. Non appena si affacciava un pensiero tipo: “Quando torno dovrò darmi una mossa con quella traduzione”, c’era uno scorcio particolarmente suggestivo o un piatto eccezionalmente succulento a distrarmi. Certo, al mio rientro ho passato un’intera giornata solo a controllare le mail ricevute, ma ne è valsa la pena.

Che cosa ho imparato in queste vacanze itineranti?

Uno: che non bisogna sopravvalutare i materassini che hai in dotazione quando dormi in tenda, altrimenti tanto vale buttarsi su un sasso lì di fianco.

Due: che spesso e volentieri i borghi che sembrano più insignificanti nascondono in realtà perle in attesa di essere scoperte, pronte a risplendere non appena giri l’angolo. Non per niente esiste un elenco di tutti i borghi più belli d’Italia.

Tre: che non puoi mai dire di aver già visto un certo posto perché quando ci ritorni, alcuni anni dopo e magari con persone diverse, beh, anche quel luogo è diverso. Un esempio su tutti, Gubbio, in Umbria. Ci sono stata tempo fa con un campo estivo, avrò avuto 16 o 17 anni. Quando la settimana scorsa ci sono tornata mi sono detta: “Ma io dove stavo guardando?”

Quattro (ma questo lo sapevo già): che puoi aver già pranzato, fatto merenda o cenato, non importa, se scorgi anche solo con la coda dell’occhio un menu con piatti tipici o una gelateria invitante, la tua mente ti ricorda che sei in ferie e che sarebbe un peccato non assaggiare almeno una cosina piccina. Così ti ritrovi a fare sette pasti al giorno e a fine vacanza hai anche il coraggio di chiederti come mai hai una leggera acidità di stomaco.

Da brava lettrice e bibliotecaria in formazione, però, ho sempre trovato un momento per dare uno sguardo alle librerie. Ne ho trovate di piccoline e caratteristiche, di grandi e di gigantesche. Alcune erano tutte strette e ingombre, altre larghe, spaziose e traboccanti di novità. Alcune si trovavano in chiese sconsacrate, altre in palazzi fastosi.
Ho letto poco durante queste ferie, ma in compenso ho accumulato tanta ispirazione. Chissà che non porti qualche frutto.

Comunque, come ti dicevo, l’ultima tappa è stata in Trentino. Già dall’anno scorso, per Natale, papà ha aderito a un progetto bellissimo promosso dalla Valsugana e dal Lagorai: adotta una mucca.
In pratica si sceglie una malga, con relativa mucca, e si paga una quota corrispondente al valore dei prodotti che potrai ritirare alla malga stessa. Nel nostro caso abbiamo anche deciso di pranzare sul posto. Agevolo immagine esplicativa.

All’appello mancava solo la terrina di formaggio fuso.

Qui sotto ti lascio la lista di tutti i posti visitati nelle due settimane itineranti, divisi per regione e con un breve commento tra parentesi tutt’altro che esaustivo:

Toscana:
San Gimignano (borgo di torri e panorami)

Volterra (borgo di artigiani)

Monteriggioni (roccaforte di Assassin’s Creed)

San Galgano (l’abbazia nel nulla e la spada nella roccia)

Chiusdino (piccolo borgo abbarbicato)

Lazio:
Bagnoregio e Civita di Bagnoregio (la città che muore, costruita nel/sul tufo)

Bolsena (dove c’è il lago!)

Bomarzo (nel 1500 il grande capo di questo borgo ha deciso di farsi costruire un giardino con statue giganti, chiamato il Sacro Bosco o Parco dei Mostri)

Vitorchiano (ci hanno girato l’Armata Brancaleone)

Greccio (il borgo dei presepi)

Rieti (il centro d’Italia)

Umbria:
Orvieto (quant’è bello il Duomo!)

San Gemini (borgo che elogia la vita lenta; se mai ci passi e trovi aperto un posto che si chiama Taverna Malanotte, mangiaci e dimmi com’è, perché l’ho sempre trovato chiuso e sono troppo curiosa)

Piediluco (qui c’è un altro lago!)

Marmore (chiedo venia, ho visto solo le cascate, che meritano)

Spoleto (su fino alla rocca e poi di nuovo giù per vedere il Duomo, così un panino al cinghiale non te lo toglie nessuno)

Montefalco (bevi Sagrantino)

Assisi (quant’è bella Assisi, sempre)

Perugia (ho fatto merenda con cappuccino, maritozzo alla panna e cioccolatini)

Gubbio (la piazza principale è sospesa su dei giga voltoni)

Marche:
Sirolo (il mare è bello, la crescia è buona)

Trentino:
Grigno e Ospedaletto (da qui passa la ciclabile della Valsugana che arriva fino a Trento)

Malga Scura (specialità panna cotta. Oh, quella panna cotta)

E così, arricchita da un bagaglio unico, sto cercando di riprendere la routine e gli impegni quotidiani, che in fondo in fondo un pochino mi mancavano.

Alla prossima e… Avanti tutta!

GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI IN QUARANTENA

(ovvero: “Miseriaccia!”)

Eh sì, alla fine è successo, ho preso anch’io il virus. Quel virus, maledizione. Con gran parte dei sintomi, quindi febbre, mal di testa, tosse, stanchezza. I primi tre giorni ero uno straccio, facevo fatica a stare seduta per più di mezz’ora e non avevo forze per fare nulla. Ho avuto la fortuna di prendere una forma leggera, quindi ho cominciato in fretta a riprendermi, e da straccio sono passata a strazio. Sì, perché non avevo voglia di fare niente. Mi mettevo un po’ a leggere, o a tradurre, o a fare qualsiasi altra cosa, però dopo un po’ mi dicevo: “Ma che senso ha?” e mi ributtavo sul divano a guardare il soffitto.

Ho però avuto una grande intuizione – se così si può chiamare – e ho deciso di cominciare a leggere un libro che ho comprato l’anno scorso, proprio lo scorso agosto, e che non ho mai avuto il coraggio di cominciare perché 1) è un tomo di più di 1000 pagine, 2) è un’edizione parecchio voluminosa e quindi scomoda (ma così bella!).

Il libro in questione è double face e contiene, da una parte, Guida galattica per gli autostoppisti – Trilogia più che completa in cinque parti – di Douglas Adams e dall’altra, Niente panico – Guida terreste per i lettori di Guida galattica per gli autostoppisti – di Neil Gaiman.

Ecco la copertina del retro (o del fronte, chi lo sa?)

Quanta compagnia può fare un libro! Mi sono trovata a sogghignare, persino ridacchiare, a volte addirittura a commentare ad alta voce alcune scene. Certo, se qualcuno mi avesse vista da fuori avrebbe pensato che sono diventata matta, ma chi vuoi che mi abbia vista, ero in isolamento!

Per di più, ho trovato una perfetta descrizione di come ho vissuto la quarantena: un’eterna domenica pomeriggio. […] si era accorto che quello che non riusciva a reggere erano proprio le domeniche pomeriggio e il terribile senso di svogliatezza che cominciava a instaurarsi appena prima delle tre, quando ci si rende contro di avere fatto tutti i bagni e le docce che è possibile fare, di avere fissato con aria vacua tutti gli articoli di giornale che è possibile fissare (evitando accuratamente di leggere tutti i loro contenuti), di non potere impedire alle lancette dell’orologio di avvicinarsi inesorabilmente alle quattro […]

Peccato che molte volte il mio orologio non sembrava dare cenni di volersi avvicinare alle quattro, e quindi piombavo in abissi di noia parecchio impegnativi.

Comunque, ti evito ulteriori racconti disagianti e ti parlo un po’ di questo fantastico librone.

È assurdo, geniale, spassoso. In pratica, all’improvviso la Terra viene spazzata via da astronavi aliene che intendono fare posto nella Galassia per costruire una superstrada interspaziale. Un terrestre riesce a salvarsi (come, non te lo dico) e viene coinvolto in un lungo viaggio nell’Universo, dove vivrà avventure improbabili e incontrerà personaggi davvero fantascientifici. Uno di questi, uno dei miei preferiti, è Wowbagger lo Sfanculatore Errante, proprio quello che non sopporta le domeniche pomeriggio. Che fa questo tizio? Va in giro a insultare gli abitanti dell’Universo, uno per uno, in ordine alfabetico. Meraviglioso, no?

E per non farmi mancare un po’ di riflessioni traduttologiche, visto che mi sono presa una doverosa pausa dagli incarichi di traduzione, devo dire che Laura Serra, la traduttrice, e l’editore hanno fatto un lavoro superlativo. Non dev’essere stato affatto semplice tradurre un tomone del genere e suscitare un effetto così azzeccato nel lettore. Chapeau!

* * *

Toh, proprio mentre sto per pubblicare l’articolo scopro che sono tornata negativa. Chiudo tutto e vado al parco!

Alla prossima e… Avanti tutta!