DIARIO DI TRADUZIONE
Pubblicato il 17 settembre 2023 2 commenti
È difficile tenere le fila del proprio lavoro, quando le giornate sono così frenetiche e le consegne si susseguono una dopo l’altra. Ho quindi deciso di provare a radunare gli appunti che prendo di volta in volta per una traduzione; in poche parole: sto tenendo una specie di diario.
Ho un quaderno sulla scrivania, viola tinta unita, che avevo comprato a ottobre dell’anno scorso prima di partire per Napoli Meets la Bottega, una due giorni di seminari di traduzione organizzata dalla Bottega dei Traduttori. Tra parentesi, in quell’occasione ho partecipato a un translation slam che ho vinto insieme a un’altra collega e che porterà, spero entro maggio 2024, a una pubblicazione di 3 racconti di un fratello e una sorella inglesi vissuti nel 1800. Ma di questo parlerò in un’altra occasione.

Se apriamo il quaderno viola partendo dalla fine, troviamo gli appunti per una traduzione dall’inglese che mi è stata affidata a novembre dell’anno scorso, purtroppo non ancora pubblicata. Si trattava di un libro di fantascienza di un autore indipendente, con una solidissima base scientifica, perché lo scrittore è prima di tutto un astrofisico. Lavoravo ancora in biblioteca e per alcuni mesi ho fatto incetta di numeri della rivista Le Scienze, soprattutto di quelli in cui si parlava di fisica quantistica.
Durante la stesura della traduzione sono andata alla presentazione del computer quantistico Leonardo al Tecnopolo CINECA di Bologna, approfittando di una giornata di porte aperte, per vedere con i miei propri medesimi occhi cosa significa avere un’intera sala occupata da questa tecnologia. Non ti nascondo che durante la spiegazione ho capito molto poco, ma quando sono tornata a fare ricerche terminologiche è stato tutto più chiaro, perché avevo in mente un’immagine ben precisa, ma soprattutto reale.
Ho anche guardato video di astronauti come Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano, in cui parlavano, che so, della vestizione per le attività extraveicolari, cioè quelle all’esterno della navicella spaziale, e ho letto diversi articoli sul sito dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire meglio cosa stavo traducendo e per essere sicura di usare il linguaggio corretto.
Se continuiamo a sfogliare il quaderno viola, passiamo agli appunti per una traduzione di un romance ambientato nella Londra della seconda metà del 1800. Per prepararmi ho letto libri di Georgette Heyer e di Corina Bomann. La prima è un’autrice dello scorso secolo che scriveva romanzi sull’epoca Regency, opere squisite con un’ironia composta e spassosa. Mi sono serviti per l’accuratezza storica nelle descrizioni di ambienti e personaggi. La seconda è un’autrice moderna che scrive romance di ambientazione storica, con un tono più leggero e un lessico più contemporaneo.
La difficoltà maggiore che ho riscontrato nella traduzione di questo libro, dallo spagnolo, è stata rendere l’abbondanza di modi di dire e frasi fatte, trovando equivalenti che però fossero credibili da un punto di vista storico. Per esempio, a un certo punto nella traduzione ho scritto: già che abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno e mi sono trovata a chiedermi: “Ma questa cosa qui, si poteva dire nel 1860?” Ho scoperto che deriva da una frase detta da Papa Leone X su una lista di cardinali che erano più del previsto, quindi già che erano trenta, perché non aggiungere anche il trentunesimo. Vorrai perdonarmi la spiegazione arraffazzonata, ma la cosa che ci interessa è che Papa Leone è vissuto nel 1500, quindi era un modo di dire che si poteva usare nell’epoca in cui è ambientato il romanzo.
E poi, per non farmi mancare nulla, per la traduzione di un fantasy americano che sperò uscirà prestissimo e che non vedo l’ora di pubblicizzare in lungo e in largo, mi sono studiata il funzionamento dei revolver a pietra focaia.
Come puoi vedere, sono sempre più convinta di aver fatto la scelta giusta: essere traduttrice freelance a tempo pieno è una sfida costante, ma super emozionante. Soprattutto, mi permette di andarmene in vacanza a metà settembre, dopo una lunga estate di lavoro intenso, finalmente con la mente tranquilla.
Quindi, tornerò alla mia scrivania dal 2 di ottobre 😀
Alla prossima e… Avanti tutta!
ARRIVEDERCI, E GRAZIE PER TUTTI I LIBRI
Pubblicato il 17 luglio 2023 9 commenti
Nella conclusione del mese scorso dicevo che avresti dovuto aspettare i prossimi articoli prima di sapere perché nell’ultimo periodo ero (e sono) così stanca ma felice. Solo che per questo mese ho altre novità!
La prima: ho fatto la mia prima e inaspettata apparizione in radio. Sono stata intervistata da Radio International Bologna per parlare della mia attività di traduttrice. È stata un’esperienza surreale, super divertente.
Il problema è che quando sono emozionata parlo a briglia sciolta e durante l’intervista abbiamo improvvisato. Lo speaker è stato bravissimo a farmi le domande, ma io in certi punti non sono riuscita a esprimere a dovere il mio pensiero. Avevamo a disposizione pochi minuti e avevo sempre l’ansia di dilungarmi troppo. Così, in un paio di occasioni ho proprio buttato al microfono delle affermazioni prive di contesto, sulla mia persona ed esperienza, che avrebbero avuto bisogno di una minima spiegazione in più. Ci sarà un motivo se ho scelto di fare un mestiere in cui si pensa e si ripensa sulle singole parole.
In ogni caso, ti lascio qui il link al podcast di domande veloci: mi trovi nella puntata di domenica 16 luglio, precisamente al minuto 08:52. L’intervista lunga, invece, dev’essere ancora pubblicata; la condividerò a tempo debito.
La seconda notizia riguarda invece una decisione presa dopo tanto rimuginare. Ho dato le dimissioni dalla mia biblioteca. È assurdo, basta accedere a un portale, controllare i propri dati, immettere la data di conclusione del rapporto di lavoro, e fine, hai dato le dimissioni.
Lascerò la Biblioteca Lame del quartiere Navile di Bologna dopo un anno esatto, perché gli incarichi di traduzione sono aumentati e non riesco più a portare avanti entrambe le attività. È da maggio del 2021, quando ho iniziato il Servizio Civile alla Mediateca di San Lazzaro, che lavoro e bazzico in una biblioteca, e ormai è diventato un modo di essere.
Lavorare in biblioteca non significa, come una volta un tizio tanto simpatico ha ironizzato attirandosi le ire mie e di tutte le mie colleghe, “consigliare un paio di libri e fare finta di guardare delle cose al computer”. Lavorare in biblioteca è innanzitutto un esercizio di umanità, perché è un luogo che accoglie tutti e non giudica nessuno. Dimmi tu se già questa base di partenza non rappresenta una grossa sfida.
Quindi da agosto sarò imprenditrice di me stessa, lavoratrice autonoma, professionista indipendente a tempo pieno. Non ti nascondo che un po’ mi fa paura, ma ho una rete di supporto di colleghe e colleghi eccezionali che sapranno farmi forza (sempre viva la Bottega dei Traduttori).
Alla prossima e… Avanti tutta!
STANCA MA FELICE
Pubblicato il 17 giugno 2023 3 commenti
È difficile rimettersi a scrivere dopo tanti mesi di silenzio. E sì che di cose ne sono successe!
Vediamo un po’, potrei fare una scaletta di cose da raccontarti, così sono obbligata a non lasciare troppa susp… (non ho mai imparato a scrivere questa parola) a non lasciar passare troppo tempo tra un articolo e l’altro.
Dunque, di cosa ti parlerò, tra oggi e il futuro:
- Salone del Libro di Torino: cinque giorni di fuoco e pioggia.
- La mia prima traduzione pubblicata.
- Il mondo degli autori indipendenti.
- Un nuovo progetto in partenza.
Sono partita per Torino quando imperversava l’alluvione, con la famiglia che mi inviava video poco rassicuranti della stazione di Bologna allagata e previsioni di diluvi anche in Piemonte.
Mi sono svegliata alle 5:30 del mattino, ho fatto una bella colazione sostanziosa, ho recuperato i bagagli che avevo con tanta indecisione e agitazione preparato la sera prima, e sono uscita dalla mia bella casetta.
Corriera puntuale, treno in ritardo, sono arrivata a Torino.
È impossibile riassumere i cinque giorni passati al Salone, perciò ti propongo solo qualche flash.
Mi ha ospitata la mia amica Clelia, torinese di adozione.
Per stare da Clelia bisogna superare il rigorosissimo esame dei suoi due gatti jedi ed essere avvezzi a vino rosso (grazie Manu) e al whisky (grazie Anthony).
Ero partita con l’intenzione di visitare un po’ la città, ma la pioggia ha deciso diversamente.
Ho però frequentato il quartiere San Salvario, in tre occasioni diverse e con tre compagnie diverse. Il mondo è piccolo, ma Torino è proprio un buco.
Menzione speciale per Alessandra, che mi porta a cena alla Casa di quartiere e che vuole tradurre saggistica.
E menzione specialissima per Monica, che ha presentato Fumo di José Ovejero (con José Ovejero) alla libreria Trebisonda, come se fossimo nel salotto di casa sua, facendoci commuovere tutti. O almeno, a me sì.
I giorni al Salone sono stati fisicamente distruttivi, ma mentalmente elettrizzanti.
Mi sono turnata con altre colleghe allo stand della Bottega dei Traduttori, che è una realtà fighissima e se non la conosci devi assolutamente sbirciare che cos’è.
In questo momento vorrei scrivere una carrellata di amore e apprezzamenti per tutte le persone con cui ho passato del tempo al Salone, ma rischia di diventare troppo lunga, quindi ti faccio questa grazia e dico solo che voglio un sacco di bene a tutti.
Sono tornata a casa malaticcia, perché giustamente non avevo l’ombrello e quindi sono stata costantemente un pulcino bagnato, ma carica come una mina.
Primo motivo fra tutti: ho potuto mettere le mani sulla mia prima traduzione stampata! Fa parte della raccolta Selve Oscure di ABEditore, curata dalla Bottega dei Traduttori. Io ho tradotto il racconto Chickamauga, di Ambrose Bierce.
Non preoccuparti, non è in arrivo una sbrodolata sulla trama e sulla raccolta, ti dico solo che nel mio racconto ci sono dei soldati messi alquanto male, talmente male che per descriverli mi sono tornati utili gli zombie di The Walking Dead.
Per scoprire gli altri motivi del perché sono felicerrima, ti toccherà aspettare i prossimi articoli.
Alla prossima e… Avanti tutta!
Chiudiamo in bellezza
Pubblicato il 17 dicembre 2022 2 commenti
(perché “Quando viene dicembre” era già preso)
Quest’anno ho trascurato tantissimo il blog. Non ce ne sarebbe stato motivo, perché ho lavorato e letto molto, ma si vede che mi sono lasciata un po’ prendere dalla sindrome dell’impostore.
L’ultimo articolo risale ad agosto, e come avevo scherzosamente predetto non mi sono più fatta sentire fino a Natale. Comunque, vedrò di fare un riassunto delle tante cose che mi sono successe.
Ad agosto, appunto, iniziavo il mio lavoro in una biblioteca di quartiere a Bologna. Sto continuando la mia avventura e non finisco mai d’imparare. Non mi stancherò mai di dire quanto lavorare in biblioteca sia diverso da quello che immagina di solito la gente. Non ce ne stiamo sedute dietro a un computer a prestare e consigliare i libri, ma abbiamo un mucchio di attività a cui badare. Ah, probabilmente avrai notato che ho usato il femminile, beh, nella mia biblioteca siamo tutte donne, una squadra fortissimi.
Tra le varie attività ci sono le letture con le scuole, di cui si occupano le mie colleghe più esperte, sapienti e pazienti di me. È fondamentale, perché proporre il libro giusto a bambini e ragazzini può far sì che diventino utenti abituali e che continuino a frequentare le biblioteche anche da adulti, ovunque si trasferiranno.
Ci sono siti internet e pagine social da seguire, perché in questa era tecnologica è importante far sapere a tutti cosa offre la biblioteca, sia in termini di novità (lo scorso mese sono arrivati i giochi da tavolo!) sia per promuovere eventi culturali.
E poi bisogna aprire e chiudere gli scuri e le finestre, controllare che non manchi nulla nei bagni, che il riscaldamento sia acceso, che non ci siano cartacce in giro, che le macchinette siano sempre rifornite, che ci siano abbastanza sedie nelle salette per gli studenti. E poi la cancelleria, gli ordini di nuovi libri, la sistemazione degli scaffali che molto spesso straripano.
A questo proposito, libri che ingombrano e che non lasciano spazio alle novità, soprattutto libri che ormai non vengono più letti, possono essere spostati in deposito, a volte chiamato magazzino, oppure essere proposti per lo scarto.
Da metà novembre ho iniziato un lavoro di questo tipo nella biblioteca di San Giovanni in Persiceto. L’edificio in cui si trova era un manicomio, e un intero piano, più un solaio, sono dedicati al magazzino.
Probabilmente ti chiederai che cos’è un lavoro di scarto. È proprio quello che sembra: si buttano via i libri. Ora, detta così sembra un’eresia (quante volte entra gente in biblioteca a “donare” libri che aveva in cantina, dimenticati da secoli, ingialliti, rovinati e ammuffiti, solo perché non se la sente di buttarli) ma è una procedura vitale per le biblioteche, per far sì che gli scaffali respirino, che gli utenti e i bibliotecari non vengano sommersi di robaccia durante le ricerche. Lo scarto serve a lasciare posto ai libri nuovi, a revisionare quello che si ha in deposito. Non è possibile tenere tutto, alcuni libri si sono rovinati col tempo o con le innumerevoli letture, o contengono informazioni superate, oppure semplicemente non vengono più letti (o addirittura non sono mai stati letti).
Ovviamente ci sono criteri ben precisi per scartare i libri e in ogni caso alla fine l’ultima parola spetta alla soprintendenza, che conferma o rettifica le scelte dei titoli proposti per lo scarto. Per esempio, qualsiasi libro che abbia almeno 50 anni non va scartato. Anche se è robaccia, deve essere tenuta. Oppure, libri di cui ci sono soltanto cinque copie in Italia. Stessa cosa: anche se è uno squallido libro di barzellette, con tutto il rispetto per i barzellettieri, se ci sono quattro copie in altre regioni e una nella biblioteca in cui si sta operando lo scarto, non superando le cinque copie si deve tenere. Poi ci sono altri criteri, ma quelli dipendono da biblioteca a biblioteca.
Ormai saprai che io amo l’oggetto libro, ma non ti nascondo che è una grande soddisfazione preparare gli scatoloni coi libri da buttare.
Mettiamo ora da parte l’argomento biblioteche e passiamo alla traduzione. In questi mesi ho lavorato molto, arrivando anche a stare al computer fino a dopo cena. Porto avanti traduzioni tecniche e di marketing, con un’agenzia di Roma con cui mi trovo benissimo, insieme alle mie adorate traduzioni letterarie. Potrebbero esserci sorprese per il prossimo anno, ma ancora non voglio anticipare niente.
Nell’ambito specifico della traduzione letteraria, sono ultra felice di essere socia de La Bottega dei Traduttori. È una realtà unica e incredibilmente umana, in cui traduttori e aspiranti tali si ritrovano e si danno una mano a vicenda. Ci scambiamo consigli, chiacchieriamo, creiamo nuovi contatti e formiamo una rete importantissima per la nostra professione.
Avevo già incontrato alcuni colleghi a maggio, quando ero stata saltellante e gioiosa come una pasqua al Salone del Libro di Torino, ma ho potuto conoscerne molti altri in un’esperienza incredibile di questo autunno, una due giorni di traduzione a Napoli. Io e una collega ne abbiamo scritto sul blog della Bottega. Ti basterà scorrere l’articolo e soffermarti sulle foto che ci ritraggono, siamo tutte sorridenti e felici di essere lì, insieme, a condividere e a farci forza.
Termino con qualche consiglio di lettura. Sto apprezzando moltissimo il Premio Nobel per la letteratura, Annie Ernaux. Ha una scrittura asciutta, autobiografica, con pochi fronzoli. Un grande applauso va ovviamente anche al suo traduttore italiano, Lorenzo Flabbi.
Simile è anche la danese Tove Ditlevsen, con La trilogia di Copenaghen edita in Italia da Fazi e tradotta da Alessandro Storti, di cui al momento ho letto il primo volume.
Negli ultimi mesi mi sono piaciuti molto anche Contrappasso di Andrea Delogu (HarperCollins) e I demoni di Wakenhyrst di Michelle Paver (Neri Pozza, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi).
Anche questo articolo è arrivato alla fine, non mi resta altro che salutarti e augurarti buone feste.
Alla prossima e… Avanti tutta!
MEGLIO TARDI CHE MAI
Pubblicato il 17 agosto 2022 Lascia un commento
(ovvero, chi va piano va sano e va lontano finché non si accorge di quanto è rimasto indietro)
Lo so, lo so, ti sono mancata. Dopo due mesi in cui non ho scritto nulla, di sicuro ti starai chiedendo che fine ho fatto.
Ho interrotto le comunicazioni a maggio, quando il mio anno di servizio civile stava volgendo al termine. Nonostante il mio silenzio, di cose ne sono successe. Intanto, sorpresa delle sorprese, ho finito il periodo alla Mediateca. Per fortuna qualche giorno prima sono entrata a far parte di una squadra di traduttori per un bel progetto interessante, quindi il giorno dopo l’ultimo giorno avevo già da lavorare e non me ne sono rimasta in casa seduta sul divano in depressione.
Nello stesso periodo sono stata tre giorni al Salone del Libro di Torino. Che figata (si può dire? Lo posso dire?). Ho finalmente incontrato di persona delle colleghe (e uno stratosferico collega) con cui avevo seguito un corso di traduzione agli albori della pandemia. Durante quell’incredibile avventura ci siamo fatti forza a vicenda, abbiamo pubblicato un libro in traduzione e siamo diventati amici, il tutto senza mai esserci visti di persona. Così, quando dopo più di un anno ci siamo ritrovati a Torino, è stato come rivedere gente che conoscevo da un secolo.
Al Salone ho conosciuto anche nuovi colleghi e colleghe, persone toste i cui nomi comparivano nei libri in vendita nei vari stand. Mi ha fatto un bell’effetto passeggiare per i padiglioni, leggere i loro nomi sui frontespizi dei libri e poi raggiungerli di persona per un caffè.
In questi mesi di silenzio ho tradotto, ho letto molto, più tardi ti parlerò di alcune letture, e dal primo di agosto ho ufficialmente un contratto part-time con una cooperativa come “addetta ai servizi di biblioteca”.
Ho avuto fortuna perché svolgerò tutte le ore nella stessa biblioteca, senza dover girare come una matta e rimanere imbottigliata nel traffico di Bologna. È più piccola rispetto alla Mediateca, ma non per questo meno importante. È una biblioteca di quartiere molto presente nella vita della comunità; sono sicura che sarà una bella sfida.
Ovviamente, essendo ritornata tra gli scaffali quasi tutti i giorni, ho ricominciato a prendere vagonate di libri in prestito. Nel momento in cui scrivo ho sette libri di biblioteche varie sulla scrivania, di cui cinque per ricerche di lavoro.
Gli altri due sono Il lavoro non ti ama di Sarah Jaffe, traduzione di Rocco Fischetti, edito minimum fax e Consigli per sopravvivere in natura di Margaret Atwood, traduzione di Gaja Cenciarelli, Racconti edizioni.
Il primo è un saggio che si può riassumere nel sottotitolo: o di come la devozione per il nostro lavoro ci rende esausti, sfruttati e soli. Ne aspettavo l’uscita da un po’, perché sono sicura avrà delle ottime lezioni da darmi.
Al momento sto leggendo la prima parte, le testimonianze sono tutte di lavoratori americani, ma i princìpi di fondo sono applicabili a ogni parte del globo. Quella che mi interessa più di tutti è la parte che riprende il detto “Fa’ ciò che ami e non lavorerai nemmeno un giorno in vita tua”. Beh, è così che si viene sfruttati, no? Mi è capitato molte volte di fare favori a gente che mi ha incastrata, più che altro conoscenti o appunto persone che pensavano di fare le furbe, di tradurre del materiale per loro o tenere una lezione ai loro figli senza ovviamente essere pagata, perché tanto mi piace e quindi lo faccio volentieri. All’inizio ci cascavo spesso, ora per fortuna ho imparato a riconoscerle e riesco a svicolare. Anche con gli amici e i famigliari faccio in modo che siano episodi sporadici, perché è comunque tempo che non dedico al mio lavoro o agli affari miei. Mi fermo qui, ci sarebbe tantissimo di cui discutere, ma non è mia intenzione in questo momento.
Il libro di Atwood, invece, è una raccolta di racconti che si prospetta cattivella e che cercherò di iniziare a breve. Non nascondo che le aspettative sono molto alte, sia perché conosco e apprezzo lo stile dell’autrice, sia perché ho seguito alcune lezioni con la traduttrice. Insomma, mi aspetto grandi cose.
Ho di recente scoperto la scrittura di Amélie Nothomb e ne sono rimasta molto contenta. Nella biblioteca dove lavoro ci sono diversi suoi libri, è questione di settimane prima che cominci a portarmeli a casa.
Altri due libri da consigliare, sempre di autrici, sono La casa di marzapane di Jennifer Egan, traduzione di Gianni Pannofino, edito da Mondadori e L’archivio dei sogni spezzati di Elizabeth Buchan, traduzione di Patrizia Spinato, edito da Nord.
Il primo racconta le storie intrecciate di vari personaggi, nel passato e nel presente, un presente molto più tecnologico ma parecchio verosimile. C’è un sottofondo inquietante in tutta la lettura, una sensazione agrodolce di disagio anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto. Il tema di fondo è quanto permettere alla tecnologia di permeare le nostre vite. In alcune storie è presente in ogni aspetto, con scene che ricordano la serie Black Mirror, mentre in altre storie i personaggi hanno scelto di non vivere immersi nella tecnologia, ma di liberarsene, e sembrano stare meglio.
Il secondo libro, devo ammetterlo, mi ha catturata soprattutto per le sue descrizioni di Roma. Non è scontato che uno scrittore straniero riesca a cogliere l’essenza dell’Italia senza stereotiparla. Mi sono sentita molto orgogliosa. Anche in questo caso abbiamo una storia dolceamara, un po’ d’amore e un po’ di mistero. Il presente parla di Lottie, archivista inglese trasferitasi appunto a Roma, che legge il diario di una donna come lei, inglese a Roma, che ha vissuto nel periodo turbolento culminato con l’omicidio di Aldo Moro. Poco per volta, Lottie scopre una rete di intrighi che si è trascinata fino a lei, cercando di dare risposte al passato dell’altra donna, ma soprattutto al suo presente.
Ovviamente, oltre a quelli presi in prestito, ho ancora un sacco di arretrati di libri che ho comprato o che mi sono stati regalati e che poverini mi guardano dagli scaffali chiedendosi perché mai li faccio sentire di serie B. Potrei impormi di parlarti di uno di questi nell’articolo del prossimo mese (e fu così che non si fece più sentire fino a Natale).
Per ora è tutto, prometto di riaggiornarti presto.
Alla prossima e… Avanti tutta!
DIETRO LE QUINTE DI UNA BIBLIOTECA
Pubblicato il 17 Maggio 2022 3 commenti
(ovvero, ode a dodici mesi di quante cose ho imparato)
Manca una settimana esatta alla fine del mio anno di servizio civile. Non so bene come mi sento. Da un lato sono contenta, perché posso lanciarmi di nuovo a capofitto nei miei progetti di traduzione. Dall’altro lato, però, so che la Mediateca mi mancherà molto.
Quante ne ho vissute! Ho un bagaglio di esperienze stupendo, fatto di sfide, traguardi e lezioni imparate. C’è da dire che credo di aver sviluppato ancora più manie ossessivo-compulsive di quante non ne avessi già. Per esempio, immagina la scena. Ho un libro tra le mani, di solito appena rientrato dal prestito. Lo sfoglio per controllare che non ci sia rimasto niente dentro (della varietà di oggetti usati come segnalibri te ne parlo tra poco). Noto con raccapriccio che è sottolineato. Anzi, anche peggio, è pure annotato. A questo punto il piccolo Sheldon Cooper che è dentro di me deve assolutamente cancellare. Mi armo di gomma e pazienza e, con un misto di irritazione e soddisfazione, mi accingo a far tornare immacolata la vittima di carta. Ci sono stati un paio di casi in cui non ho cancellato tuttissimo, perché c’erano annotazioni continue e mi sono limitata a sfoltire i segni di matita qui e là. Però la maggior parte delle volte ho rimesso sugli scaffali libri privi di grafite in eccesso.
Mi è capitato di trovare altri pazzi furiosi come me, che si impermalosivano perché trovavano sottolineature nei libri presi in prestito. Un utente ha addirittura telefonato insistendo perché sgridassimo chi aveva preso il libro prima di lui, perché non riusciva a leggere senza farsi distrarre dalle note dello zelante lettore.
Come ti dicevo, dentro i libri si trova la qualunque. A parte i classici segnalibri più o meno artigianali, sono comparsi: biglietti dell’autobus e del treno, liste della spesa, pezzi di rubrica con nomi, cognomi e numeri di telefono, biglietti da visita di Tizio e di Caio, fiori e foglie secche (tra cui una stella alpina e un quadrifoglio), fazzoletti e strappi di carta igienica, cartoline, biglietti di auguri, santini (di santi e di defunti), una piccola stella marina, il menù di una pizzeria, carte di merendine, capelli. E di sicuro ho dimenticato qualcosa.
Un trucchetto utile che ho imparato, e che magari se frequenti le biblioteche sapevi già, ma per me è stata una rivelazione, è che si possono creare liste di libri sul catalogo del polo. Basta accedere con le proprie credenziali, tra cui lo SPID, e aggiungere i titoli alla propria lista. Ho passato almeno nove mesi ignorando questa funzionalità, ma adesso non rischio più di dimenticarmi il titolo super figo che ho scoperto navigando su e giù per il catalogo e che voglio assolutamente leggere o regalare e di cui poi puntualmente dopo mezz’ora non ricordo più nemmeno l’iniziale dell’autore. Sì, sono leggermente esaltata.
La cosa più da pazzi, anzi, più da masochisti, che prima o poi tutti i bibliotecari devono affrontare, è lo sport estremo dei solleciti telefonici agli utenti che non restituiscono libri da più di 60 giorni. Ci vuole una buona preparazione psicologica prima di cominciare le telefonate. C’è una lista a cui fare riferimento, con tutti i dettagli degli utenti e dei prestiti in ritardo: nome, numero di telefono, indirizzo, quanti e quali libri, quanti giorni di ritardo. Il mio riscaldamento consisteva nello studio approfondito della lista, un po’ come quando si percorrono le strade prima di una gara. Poi mi piazzavo davanti al telefono che viene usato solo per i solleciti, facevo un paio di respiri profondi, scioglievo le articolazioni delle spalle, impugnavo la penna e digitavo il numero. Ho fatto le prime chiamate con la mascherina, ma a un certo punto nella foga mi ritrovavo quasi a urlare, perciò poi mi è stato concesso di toglierla, tanto ero un po’ in disparte.
Gli utenti molto in ritardo hanno tre reazioni standard. Ci sono quelli che negano. Assolutamente no, non è possibile, vi state sbagliando, io non prenderei mai quel libro, ho sempre restituito tutto.
Ci sono quelli che hanno la refurtiva che li fissa ogni santo giorno, ma sono pigri o si dimenticano di portarlo. Per mesi. Di solito un sollecito telefonico fa effetto perché li riscuote dal torpore.
Poi ci sono quelli che sanno perfettamente di essere in torto, ma non ricordano più dove hanno messo il libro, se l’hanno prestato a loro volta, se l’hanno sepolto negli scatoloni dell’ultimo trasloco. Allora si mettono subito sulla difensiva e dicono che controlleranno. Mi è capitato che alcuni interrompessero la chiamata di colpo, come opossum che si fingono morti.
Uscivo stremata da queste sessioni, con una gran voglia di abbracci e di cioccolata. Quando poi vari utenti con la coda più o meno tra le gambe hanno cominciato a riportare libri con ritardi di 200 giorni… Ah, qual gaudio!
Qui si conclude il resoconto delle mie avventure da bibliotecaria, meglio per te perché potrei parlarne per ore.
Alla prossima e… Avanti tutta!
MARZO 2022
Pubblicato il 17 marzo 2022 2 commenti
(ovvero, tra un po’ questo pianeta ci sfratta)
Che periodo. Come stai? Credo sia normale sentirsi un po’ confusi con quello che sta succedendo nel mondo da due anni a questa parte. Ammettilo, vorresti tornare alla noiosa normalità di una volta. E invece no, ci tocca assistere a un corso particolarmente agitato della Storia.
Che poi, quando sono agitata come lo è questo corso della Storia mi metto a fantasticare. Oggi vorrei provare a portarti in uno dei miei deliri.
Immagina.
C’è un grande palazzo, con vetrate immense, balconi in ferro e piastrelle di ceramica alle pareti. O almeno, questo è il mio palazzo, tu puoi immaginarlo come preferisci. Un grattacielo, un super attico, la Tana dei Weasley. Insomma, questo bell’edificio accogliente è il mondo, e all’interno vivono androidi programmati per mantenere vivace la situazione. Per semplicità me li immagino un po’ come una famiglia, o meglio, come una di quelle comunità che vivono di sussistenza nelle foreste dell’America Latina. Il quadro è totalmente dissonante rispetto a come potrebbe apparire un gruppo di androidi dentro un palazzo sontuoso, ma te l’ho detto che sto delirando.
Dunque, torniamo ai nostri protagonisti. C’è il ragazzino terremoto, la giovane piromane e il bebè produttore di muco ipercontagioso. C’è la vecchietta che mette tutto in ordine a passo di lumaca, il vecchietto sbadato che fa cadere le cose. E altri soggetti vari dalle sembianze disparate, ognuno con un compito ben preciso per mandare avanti la giostra.
Dato che non hanno bisogno di svolgere attività altamente cronofaghe che caratterizzano noi esseri umani, tra cui mangiare, dormire e socializzare, passano il tempo giocando a una sorta di The Sims da tavolo in stile Decameron. A turno ognuno viene incoronato re o regina e sceglie il tema dei prossimi accadimenti.
Era appena finito il turno della giovane piromane, che ora se ne sta stravaccata soddisfatta sul divano facendo rimbalzare in mano la pedina del suo appiccatore d’incendi, quando il bebè produttore di muco ipercontagioso si è messo a scombinare le pedine, raggruppandole per colore, infilandosele nel naso e starnutendole di nuovo sul tabellone. Il piccolo moccioso ha preso alla sprovvista tutti gli altri giocatori, che all’inizio non hanno intuito la gravità della situazione e hanno continuato a negare l’evidenza anche quando non sono più riusciti a radunare le pedine. Si sono resi conto che la soluzione era aspettare che il bebè decidesse di liberarle starnutendole fuori.
Finalmente, in seguito a vari tentativi per dominare la situazione nuova e inaspettata, ogni pedina è tornata al suo posto, dopo essere stata accuratamente lavata e disinfettata. Gli androidi sono così di nuovo pronti a ricominciare la partita.
In tutto quel trambusto, però, non si sono accorti che il ragazzino in piena esplosione ormonale con manie di protagonismo era sgattaiolato a cercare gli attrezzi di scena, visto che è il suo turno di essere incoronato nuovo re. Ecco che il ragazzino fa irruzione vestito da Miley Cyrus su una palla da demolizione e si mette a dondolare sghignazzando, tutto fiero della sua prodezza. Solo che nella foga non aveva calcolato bene le dimensioni dell’entrata in scena, così inizia davvero a demolire il salotto, distruggendone prima un angolo e poi estendendo i danni a mobili e oggetti circostanti. I giocatori sono allibiti, credevano che calmare il bebè fosse stato già abbastanza difficile e non sono pronti a una nuova crisi familiare.
Un adolescente esagitato va blandito coi giusti metodi, sono sicura che nel gruppo ci sia un androide programmato per seguire la via della saggezza e che saprà risolvere la situazione. Tenendo comunque conto che il bebè produttore di muco continua a occhieggiare le pedine, anche se ormai è quasi l’ora della nanna e comincia a mostrare segni di cedimento.
Come vedi, la mia mente agitata ha dato una propria interpretazione di quello che sta succedendo in questo pazzo mondo, probabilmente per proteggersi e non ragionare troppo su quanto siamo vicini all’estinzione.
Per il resto, mi sento un po’ come una libreria straripante. Ho appena iniziato un nuovo corso di traduzione a cui tengo tantissimo e ho una gran paura che non vada come vorrei. Continuo le mie 5 ore giornaliere in biblioteca, le lezioni e le traduzioni nel resto della giornata, ma me ne starei volentieri a letto tutta la mattina. Ho sbalzi di umore alla Bohemian Rapsody e una costante fame di torte. Non che sia una novità.
Nonostante io sia un po’ fuori di testa, mi permetto di darti un consiglio, valido in questo interminabile periodo buio come in qualsiasi altro periodo più o meno luminoso: abbraccia un po’ più spesso qualcuno che ti è vicino, fa bene alla salute.
Alla prossima e… Avanti tutta!
LUNATICHERIE D’INVERNO
Pubblicato il 17 febbraio 2022 10 commenti
(ovvero, cronaca stanca dei mesi freddi)
Interrompiamo le solite trasmissioni libresche e approfittiamo di questo spazio per raccontare i disagi invernali. Per carità, è una stagione necessaria, ha il suo fascino, però quest’anno mi sta davvero tirando a cemento.
Sarà che gli ultimi due anni l’ho passato più che altro in casa, quindi forse non ci sono più tanto abituata, ma devo dirlo: l’inverno mi spossa. L’inverno mi stufa, l’inverno mi sfalda. Prosciuga la mia voglia di fare e mi riduce a un ghiro letargico che vorrebbe starsene soltanto sotto la sua copertina calda.
Proprio il ricordo dei due inverni passati mi spinge a dire che sì, in effetti uscire un po’ e vedere gente potrebbe farmi bene. Solo che poi c’è freddo, devo vestirmi a strati ed essere pronta per qualsiasi evenienza. Due indumenti di lana sono ottimali all’esterno, esagerati all’interno. E così passo le giornate in una costante oscillazione umorale, maledicendomi mentalmente per aver accettato di uscire tre sere a settimana, per poi essere contenta di averlo fatto, divertirmi un sacco e dimenticarmi per un momento che non volevo uscire perché fa freddo.
In tutto questo, poi, mi sono auto proposta una sfida e ho cominciato ad andare in palestra di mattina, prima del turno in biblioteca. Da gennaio c’è un nuovo corso che comincia alle 7:10 (sì, del mattino, esatto) e, a parte l’iniziale trauma della sveglia alle 6 a cui proprio non mi abituo, l’allenamento fila via liscio e la giornata parte con un brio in più.
La nuova abitudine mi ha un po’ aiutata ad affrontare le mattine invernali. Soprattutto all’inizio arrivavo in palestra che era ancora buio, ma ne uscivo con la luce e mi sentivo molto soddisfatta. Solo un mattino ho avuto una piccola disavventura. Stavo sfrecciando con un catorcio di bicicletta, perché la mia nuova aveva una ruota bucata, e ho preso una curva stretta sulla strada ghiacciata. Sono planata a pelle d’orso sull’asfalto gelato. Per fortuna ero come mio solito vestita a strati, quindi ho soltanto rovinato i guanti e graffiato i jeans, ma almeno non sono arrivata in palestra in un bagno di sangue. I lividi sono usciti dopo la doccia calda, i segni degli urti contro parti di bici e dell’abbraccio non richiesto col cemento.
In biblioteca continuo a trovarmi bene, ormai mancano poco più di tre mesi alla fine del servizio civile. Il mio giorno preferito è il giovedì, quando arrivano i libri provenienti dalle altre biblioteche. Mi diverto tantissimo a sfogliare i titoli che sono stati richiesti, a leggere i nomi degli utenti abituali, a volte riconoscendo le loro abitudini di lettura, a volte stupendomi. Sono sicura che per un po’ rallegro la giornata anche dell’addetto alla consegna libri, perché ogni volta che lo vedo gli faccio una gran festa. Ormai lo sa che sono la pazza che si entusiasma.
A proposito di libri (riprendiamo le solite trasmissioni libresche), nonostante la palestra del mattino mi tolga tempo per leggere, sto riuscendo a ritagliarmi altri momenti e ho qualche altra lettura di cui parlarti.
Dopo aver letto i giapponesissimi Finché il caffè è caldo e Basta un caffè per essere felici, sono rimasta in zona e ho letto Quel che affidiamo al vento di Laura Imai Messina. L’autrice vive in Giappone da anni, ha ormai una famiglia lì, e in questo libro ci parla di un tema delicato. La vita dopo i disastri naturali, di chi è sopravvissuto e ha perso qualcuno. Il disastro di cui si parla qui è lo tsunami del 2011, la vita è quella di Yui, che ha perso la madre e la figlia. È un libro struggente, triste e poetico, pieno di speranza e sensibilità.
Ti riporto uno dei miei passaggi preferiti, perché credo dia un’idea della poesia del testo: “Quando ritrovava su quei volti amati cedimento e stanchezza, li accarezzava persino con più piacere. Yui adorava i volti affaticati e sbattuti, ma quelli a cui lo diceva o non le credevano o la prendevano come una falsa lusinga. […] C’era persino chi si infastidiva. Eppure Yui era sincera, i volti stanchi erano i più affascinanti per lei. Talvolta si domandava se non fosse stato anche grazie agli incontri a Shibuya alle quattro della mattina, al volto stravolto dal sonno, che si era innamorata così di Takeshi.”
Tutt’altro genere, ma ugualmente apprezzato, è stato Il maialino di Natale della mia solita cara J. K. Rowling. E come poteva mancare? Ero già rimasta entusiasta per L’Ickabog, ma con questo nuovo racconto di Natale ho confermato il mio amore incondizionato per questa scrittrice. Ogni volta mi stupisco della sua capacità di creare mondi per bambini (tra tante virgolette) che hanno un significato e un messaggio così profondi.
Il protagonista del romanzo, Jack, sta vivendo un momento complicato. I suoi genitori si sono separati e la mamma ha trovato un altro uomo, così Jack è costretto a trasferirsi con lei. Però la nuova sorella non è per niente contenta di averlo intorno e durante un litigio in macchina lancia fuori dal finestrino il pupazzo preferito di Jack, il maialino Lino. Jack è disperato, perché nessuno potrai mai rimpiazzare il suo Lino, perciò alla vigilia di Natale decide di andare a cercarlo, accompagnato da un pupazzo molto simile al suo maialino. Insieme entreranno nella Terra dei Perduti, attraversando Fuori Posto, Usa e Getta e altri luoghi incredibili, pieni di Cose perse, dimenticate, un tempo amate, rimpiante ma mai più trovate. E quindi, Lino tornerà a casa?
Che dire, per me Rowling ha fatto centro un’altra volta, e sì che quando leggo una sua nuova creazione parto sempre stracarica di aspettative, sarebbe facile deluderle. Ancora non mi ha delusa. Forse solo un po’ con Il seggio vacante, ma non posso dirlo con certezza perché l’ho letto diversi anni fa e non me lo ricordo più di tanto.
Ti ringrazio se nonostante il titolo alla bonjour tristesse hai letto fino qui, lo apprezzo tanto.
Alla prossima e… Avanti tutta!
ANNO NUOVO, ABITUDINI VECCHIE
Pubblicato il 17 gennaio 2022 8 commenti
(ovvero, sono tornata a pescare nella sezione Ragazzi)
Eccoci qui, all’appuntamento mensile con la sottoscritta lettrice caotica. Mi sto divertendo molto a saltabeccare da un genere letterario all’altro, da un romanzo per adulti a un giallo per ragazzi.
Prima della pausa natalizia ho fatto incetta di titoli in biblioteca, e stavolta sapevo già cosa volevo.
Così, un giorno in cui ero in turno al banco del reference (ammetto che questo termine tecnico mi era sconosciuto fino a maggio dell’anno scorso, in pratica è il banco dove stanno le postazioni delle bibliotecarie) ho approfittato di un momento di tranquillità per alzarmi dalla mia brava seggiolina e marciare decisa verso l’area ragazzi. Ho rallentato davanti ai fantasy, ma mi sono fatta forza, dicendomi che prima o poi mi ci sarei fermata davvero, e ho puntato dritto sui gialli. Sotto la lettera S ho trovato il secondo e il terzo volume delle avventure di Enola Holmes, di Nancy Springer, di cui avevo letto il primo.
Poi, non so bene come, forse era esposto poco più avanti, ho visto L’Ickabog, della mia amata Rowling.
Infine, spinta da un’improvvisa intuizione, ho cambiato stanza e sono andata a colpo sicuro dai romanzi nella sezione adulti, sotto la K. Li avevo sistemati qualche giorno prima, ero abbastanza certa di trovarli ancora. Ed eccoli lì: Finché il caffè è caldo, e il suo seguito, Basta un caffè per essere felici, di Toshikazu Kawaguchi.
Con la mia spesa tra le mani, sono tornata alla mia postazione e mi sono auto-prestata i libri tutta soddisfatta.
I due volumi di Enola Holmes mi sono piaciuti, li ho trovati coinvolgenti e scorrevoli, e penso che siano ricchi di spunti per i giovani lettori che si avvicinano al genere. Enola è la sorella minore di Sherlock Holmes, allevata da una madre femminista e suffragetta che le ha insegnato il linguaggio dei fiori, la crittografia e a cavarsela da sola. Quest’ultimo è un punto centrale nei vari libri, perché il nome Enola, letto al contrario, in inglese dà alone, da sola. È come se la madre avesse voluto decretare fin da subito il destino della figlia giocando col suo nome.
In questi libri viene ritratta l’industrializzata Londra di fine ‘800, con tutte le sue ipocrisie, convinzioni e distinzioni sociali. Enola è una divertente e ironica voce fuori dal coro, una ragazza che combatte per la propria indipendenza e supera in astuzia anche il fratello investigatore. I casi su cui indaga Enola non sono per niente banali, anzi, mi sono sembrati appassionanti.
Una bella sorpresa (ma poi neanche tanto sorpresa, perché quando una sa scrivere non c’è niente da fare, sa scrivere) è stato L’Ickabog di J.K. Rowling. È una favola che aveva nel cassetto da diverso tempo, ma una volta finito di scrivere il settimo Harry Potter ha voluto cimentarsi con libri più per adulti (Il seggio vacante e la serie delle indagini di Cormoran Strike). Solo durante la pandemia, in occasione del primo lockdown, ha pensato di riprendere la favola, metterla su carta e farla circolare gratuitamente su internet perché i genitori potessero leggerla ai figli.
La vicenda si svolge nell’idilliaco regno di Cornucopia, dove tutti vivono felici governati da un re magnanimo. Se non fosse che, a un certo punto, accade qualcosa che rompe l’idillio e cominciano a circolare le voci che la leggenda dell’Ickabog, un feroce mostro delle paludi, sia vera, e che proprio questo mostro sia la causa delle sventure che a poco a poco colpiscono il regno.
Ho solo una cosa da dire. Quanto è brava questa donna. Tutti i dettagli e i personaggi secondari, anche quelli che sembrano più insignificanti, alla fine vanno a costruire un insieme perfetto, incastrandosi come i pezzi di un puzzle. Mi è piaciuto davvero tanto, e devo dire che dopo Harry Potter sentivo un po’ la mancanza della sua maestria nel tessere storie “per bambini” (tra tante virgolette).
Non voglio dirti niente di più, credo che valga la pena leggerlo, anche solo per rilassarsi con qualcosa di diverso. Era una pausa che mi serviva, giusto in tempo per ritornare alla più problematica letteratura per adulti.
Sì, perché, passando ai romanzi dello scrittore giapponese Kawaguchi, non ti nascondo che alla fine del primo volume ho versato la mia calda lacrimuccia.
Premetto che, nonostante io abbia studiato giapponese in triennale, non avevo mai letto nulla di un autore giapponese. Sono rimasta un po’ spiazzata per l’atmosfera, che mi è sembrata, appunto, parecchio giapponese. Le interazioni tra i personaggi, il loro modo di porsi, le usanze, i dialoghi. È tutto molto giapponese. Ma va bene così, è il suo bello.
Di cosa parla Finché il caffè è caldo? Esiste una caffetteria, a Tokyo, dove è possibile viaggiare del tempo. Ci sono però regole ben precise da seguire ed è importante tenere a mente che, qualsiasi cosa si faccia durante il viaggio nel tempo, non è possibile cambiare il presente. C’è chi decide comunque di intraprendere il viaggio e tutti, in un modo o nell’altro, ne rientrano sereni.
Devo essere sincera, in certi punti l’ho trovato un po’ melenso, complice anche il fatto che non sono troppo abituata alla rigidità della società giapponese, ma a lettura ultimata mi ha comunque lasciato un sapore dolce, un vago aroma di speranza. Ho perciò cominciato il secondo volume un po’ più consapevole di quello che troverò e già più immersa nell’atmosfera orientale.
Anche per questo mese si conclude qui il mio resoconto libresco.
Alla prossima e…. Avanti tutta!
LE LETTURE DEL 2021
Pubblicato il 17 dicembre 2021 5 commenti
(un po’ come il riassunto di Spotify)
Quello che pensavo di fare per l’articolo di dicembre era commentare le letture di quest’anno. Poi sono andata a rileggere la lista e ho pensato che ne sarebbe uscito un monologo infinito.
Comincio dicendoti che dall’anno scorso ho iniziato a usare Goodreads, una piattaforma dove si può tenere traccia dei libri letti aggiungendoli alla propria libreria virtuale. In biblioteca usiamo Anobii (per i libri in seconda copia non catalogati) una piattaforma simile, poi so che esiste anche Google Books. Insomma, di modi per avere anni di letture sott’occhio ce ne sono.
Il primo libro che ho finito nel 2021 (finito, perché l’ho iniziato a dicembre 2020) è Il tamburo di latta del Premio Nobel tedesco Günter Grass. Ti dico solo che l’inizio della mia recensione sulla piattaforma è questo: “Non è lo scrittore per me, non è il libro per me.”
Chiedo scusa al collega traduttore che me l’ha consigliato, ma è stata proprio una lettura sofferta. Ho quindi cominciato l’anno un po’ disgustata, perché il protagonista mi è stato antipatico fin dall’inizio e ho fatto davvero tanta fatica ad arrivare alla fine. Parla di un nano capriccioso ed egocentrico che commette le peggio porcherie e riesce sempre a uscirne illeso. Va bene, no, sto esagerando, però questo è il primo pensiero che si è presentato al momento di farne un riassunto.
Dopodiché, ho deciso di entrare in un terreno familiare e sicuro. Ho riletto la saga di Harry Potter. Come sempre, magnifica. E mi limito a questo singolo aggettivo perché potrei andare avanti entusiasta per ore (e ne ho anche già scritto un articolo).
Il resto delle letture ha seguito un po’ il caso: libri che mi sono stati regalati, o che hanno catturato la mia attenzione in biblioteca.
Ho ritrovato la mia amata Bianca Pitzorno con Sortilegi. Ho scoperto scrittrici meravigliose come Susanna Clarke con Piranesi, Madeline Miller con Circe e Margaret Atwood con Il racconto dell’ancella e Il canto di Penelope.
Ho finalmente letto qualche libro in francese, la mia lingua preferita. In realtà solo perché un ragazzo a cui do ripetizioni doveva leggerli in estate e scrivere svogliatissimo un commento, così ne ho approfittato per scoprire due romanzi corti: L’étranger (Lo straniero) di Albert Camus e Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran (Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano) di Éric-Emmanuel Schmitt; e una commedia del teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco, Rhinocéros (Il rinoceronte).
Un altro libro in francese mi si è palesato per caso in biblioteca. Stavo riordinando, quando mi è comparso tra le mani un libricino con testo originale a fronte: Poemi dalla negritudine. È una raccolta di poesie di scrittori africani francofoni, e si dà il caso che l’anno scorso, durante il Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, io abbia curato i sottotitoli in italiano di un documentario in francese che parlava proprio di uno di questi poeti. Così l’ho preso, curiosa soprattutto di confrontare la mia traduzione con quella del libro.
Quest’anno ho finito 31 libri, sto per finire il trentaduesimo e ne ho altri 4 cominciati. Uno è un audiolibro, un altro un ebook. Rimangono nella lista perché non mi sono mai presa la briga di cancellarli, ma penso proprio che non li finirò. Sono su supporti elettronici che ancora non riesco ad affrontare, mi sembra quasi di non leggerli davvero.
Un altro, che staziona sul mio comodino da quasi un anno, è Le onde di Virginia Woolf. L’avevo iniziato abbastanza entusiasta, ma purtroppo non mi ha presa. Ci sono quattro personaggi che parlano a turno, soliloqui che si intervallano e che vanno più o meno a comporre la storia della loro vita. Non è esattamente il mio genere. Il mio cervello registra che quello che sto leggendo è bello e poetico, ma non ne coglie il senso. Perciò se ne rimane lì, e ogni tanto leggo un paio di pagine prima di addormentarmi.
L’ultimo libro iniziato e mai finito è Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams (anche su questo ho scritto un articolo). Mi piace tantissimo, mi diverte molto, ma è in un formato gigante davvero scomodo. Ho letto oltre le prime 600 pagine, me ne mancano appena 200 per concludere il ciclo completo, ma sono stata distratta da altri libri più maneggevoli e trasportabili. Però lo finirò, rientrerà nei libri del 2022.
Il libro che voglio invece assolutamente finire prima delle feste mi è stato consigliato da un’amica e collega traduttrice. La tredicesima storia di Diane Setterfield. Quanto mi piace! È la storia di una libraia un po’ asociale, biografa per caso, che un giorno riceve una lettera da Vida Winter, una famosissima ma misteriosa scrittrice. Ormai anziana, questa scrittrice vuole raccontare la vera storia della sua vita, che non ha mai svelato a nessuno, e invita Margaret, la libraia, a casa sua, perché rediga una biografia.
L’atmosfera del libro è un po’ cupa, ci sono dei non detti crudi e inquietanti, ma la lettura scorre fluida e mette una gran curiosità. Per di più la vicenda è narrata in un periodo nebbioso e piovoso tra novembre e dicembre (il compleanno di Margaret è il 19 dicembre) e io adoro queste coincidenze.
Ecco, alla fine ho davvero scritto un monologo.
Grazie per avermi letto fin qui (se non hai desistito prima). Ti auguro feste serene, qualche buona abbuffata e un po’ di riposo.
All’anno prossimo e… Avanti tutta!









