CHE FRETTA C’ERA

(magari fosse la primavera)

Adesso per favore dimmi com’è possibile che siamo già oltre la metà di febbraio. Quando è successo? Chi l’ha deciso? Non ero pronta!

Tra qualche giorno dovrò rinnovare l’abbonamento annuale alla PEC e al sito di WordPress e questo fatto può significare solo una cosa: tra pochissimo la mia partita IVA compirà un anno. Che cooosa? Ma non è ancora il momento di pensarci.

Volevo invece parlarti, ancora una volta e soprattutto, di libri.

Se hai letto l’articolo del mese scorso saprai che dal primo gennaio ho iniziato a rileggere la saga di Harry Potter. Per evitare di cadere in un tunnel super nerd senza speranza di ritorno ho comunque deciso di leggere altri libri, nel frattempo.

Ho perciò cominciato con un libro scelto completamente a caso, trovato mentre gironzolavo in biblioteca, il primo di una lunga serie fantasy della scrittrice Laurell K. Hamilton, Nodo di sangue.

La trama mi ha incuriosita: la protagonista è una risvegliante di morti e cacciatrice di vampiri, che viene ingaggiata proprio da un vampiro per indagare su morti sospette di suoi simili. Venivano promesse azioni, situazioni al limite e personaggi estremi che sì, in effetti ci sono, ma mi hanno lasciata quasi del tutto fredda.

Premetto che do la colpa agli Harry Potter, perché mentre ho cominciato Nodo di sangue ero nel bel mezzo del quarto libro ed ero più entusiasta che mai. Dicevo, sono rimasta quasi del tutto fredda, non mi sono affezionata a nessun personaggio, la protagonista mi era addirittura indifferente e poco oltre la metà ho lasciato da parte il libro per un paio di giorni senza avere la spinta per continuare a leggerlo.

L’idea alla base era molto promettente, infatti ci sono rimasta parecchio male perché mi ero immaginata una storia appassionante e complicata, piena di creature bizzarre e atmosfere intriganti. In quanto a creature non si può dire che l’autrice non si sia sbizzarrita; ci sono vampiri, zombie, necrofagi, sette insolite, mannari… Sì, ho scritto soltanto “mannari”, perché a un certo punto ci sono dei ratti mannari. Hm, anche no.

E l’atmosfera di tutto il libro è costruita in modo da trasmettere disagio e fastidio, quasi come se si stesse scendendo nella semioscurità umidiccia di un cunicolo angusto. Solo che dopo un po’ manca l’aria e non si intravedono spiragli di luce nemmeno alla fine. Voto finale, appena sufficiente.

Credo però che prima o poi recupererò il secondo libro, così da capire se la quasi bocciatura è da confermare o se l’osannata saga della Rowling si sta prepotentemente accaparrando ogni mia capacità di esprimere giudizi positivi (ed entusiastici al massimo grado, mannaggia a lei, come monopolizza la scena).

Nel frattempo del frattempo ho iniziato anche un terzo libro, di tutt’altro genere: Le onde di Virginia Woolf. È un libricino poco voluminoso, per questo l’ho scelto come accompagnatore alle visite mediche. Mi spiego meglio. Negli ultimi undici mesi ho ridotto al minimo indispensabile gli eventuali esami, controlli, accertamenti, per non andare a creare assembramenti inutili nelle sale d’attesa di ospedali e ambulatori. Starai pensando: “Sei solo una persona, cosa cambia?”, diciamo che ho sperato che tante altre persone avessero la mia stessa accortezza, così ho cercato di rimandare tutto il più possibile. Ora però mi ritrovo a dover fare tutti quegli esami, controlli e accertamenti. Le onde è il libro perfetto da leggere mentre si aspetta il proprio turno dal medico di base, o sull’autobus per andare all’ospedale dall’altra parte della città.

Come descriverlo, è poesia in prosa. C’è così tanto significato in ogni singola frase, che a volte mi basta leggere mezza pagina (il tempo tra l’accettazione e l’entrata in ambulatorio quando sono la prima) e sento di aver letto abbastanza.

I personaggi di Le onde sono sei, tre uomini e tre donne, che parlano e pensano alternandosi in soliloqui, l’uno dopo l’altra, in un susseguirsi di emozioni, pensieri e azioni. Per questo è un libro che va letto adagio, con calma, perché il messaggio non è affatto immediato. Dati questi punti di partenza, non mi aspetto di finirlo tanto presto, quindi forse ne sentirai ancora parlare.

Sul lato traduzioni sono in attesa di un progettone che doveva partire a dicembre, ma continuano a rimandarlo e non so più che pesci pigliare. Insomma, se prendo un altro impegno grosso, poi il progetto parte e io non sono più in grado di seguirlo come si deve senza perdere preziose ore di sonno? Però non posso neanche rimanere qui a girarmi i pollici, anche perché ormai mi sa che rimango fregata… Diciamo che comunque non me ne sto con le mani in mano e ho il cervello sempre in funzione.

Uh, un’ultima cosa! Visto che ieri è stato Martedì Grasso, mi chiedevo se nella tua regione, anzi, se nella tua città si mangiano queste belle cosine che vedi in foto.

Crostoli di Carnevale, rigorosamente fatti in casa

Se sì, come le chiami? Per me ferrarese sono i crostoli e non ho ancora trovato nessuno che li faccia più buoni di quelli della mia mamma. Gné gné gné.

Alla prossima e… Avanti tutta!

4 Comments on “CHE FRETTA C’ERA”

  1. Grazie per i consigli letterari! Mia mamma ha sempre odiato friggere, quindi a Carnevale compravamo le chiacchiere in panetteria; siccome sono dolci che gonfiano per la friggitura ma dentro sono vuoti, personalmente non li ho mai adorati tanto. Qui a Barcelona vanno tanto i buñuelos de Cuaresma, che sono delle ciambelline fritte molto soffici, buonissime.

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    • Ti dirò, probabilmente non ti sono mai piaciuti troppo proprio perché li compravi fuori. Ma chissà, magari davvero non sono di tuo gusto.
      Ho vissuto cinque mesi a Barcellona, ma purtroppo mi sono persa il periodo di Carnevale… Ora so in che periodo tornarci 😉

      Piace a 1 persona

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