UN’ESTATE CON BAUDELAIRE

(ovvero, immersioni prolungate nei paradisi artificiali)

Io e Carletto ormai siamo pappa e ciccia.

Ho tradotto un suo testo di satira l’anno scorso, pubblicato da La vita felice. Ne L’Elogio del brutto, oltre a riflessioni sull’arte della caricatura, il caro Baudelaire ci presenta caricature famose all’epoca e si diletta ad accompagnarle con versi in rima. Mi sono divertita a tradurli, ma ammetto che qualche imprecazione qua e là gliel’ho dedicata.

Comunque, devo aver fatto un buon lavoro, perché durante una chiacchierata all’ormai famigerato Salone di Torino l’editore mi ha annunciato che mi avrebbe affidato la traduzione de I paradisi artificiali, nello specifico i saggi Del vino e dell’hashish, Il poema dell’hashish e Un mangiatore d’oppio.

Il caro Charles ha una prosa piacevole, ma è un maestro nell’aprire incisi dentro incisi e farti perdere il filo se non presti attenzione. E ha ragione a trattarti così, insomma, credo fosse consapevole di saperci fare con le parole, quindi se la spassa allegramente, portando chi legge dove vuole lui. Dunque è così che ho tradotto: mi sono lasciata trasportare, girare e rigirare come più gradiva a questo letterato bizzarro.

Ora, figurati la scena. Hai di sicuro presente la cappa di caldo apocalittico che ha caratterizzato questa nostra bella estate italiana. Sappiamo tutti che le alte temperature non fanno bene al nostro cervello, ci debilitano, alla lunga possono addirittura renderci paranoici e causarci allucinazioni (non l’ho sofferto neanche un po’ il caldo, quest’anno, no no). Se aggiungiamo che ho avuto la brillante idea di informarmi su molte disgrazie che stanno accadendo sul nostro pianeta, non c’è bisogno che ti dica quanto il mio umore e la mia salute mentale fossero instabili e tendenti alla tragedia greca.

Mi approccio dunque alla prima riga di Del vino e dell’hashish con un tantinello di apprensione, perché avevo il vago ricordo di descrizioni deliranti e condanne morali. La sorpresa, il sollievo e la contentezza mentre traducevo: “Un uomo molto famoso, che era al tempo stesso un gran imbecille – caratteristiche che, a quanto pare, vanno parecchio d’accordo […]”. Rinfrescante, no?

Credo di non aver mai tradotto così in fretta, anzi, no, non in fretta, perché non avevo una scadenza ravvicinata, ma così svelta. Accendevo il computer, sudata già al mattino e con una minaccia di cerchio alla testa, per fiondarmi nel francese di Baudelaire. Mi perdevo nella sua prosa, nei suoi periodi lunghi e nelle sue frasi brevi, e ne riaffioravo dopo qualche ora un po’ stordita, perché mentre lavoravo ero stata catapultata in un mondo fumoso di metà Ottocento. E mi sono divertita. Ho proceduto spedita come non mai e mi sono anche presa il tempo di rileggere tutto con calma. Un lusso raro.

È stata un’esperienza surreale a dir poco, ma soddisfacente.

E ora, vorrei passare al lato dell’esperienza che definirei allarmante.

Un piccolo preambolo: nei primi mesi estivi ho tradotto Del vino e dell’hashish e Il poema dell’hashish, che sono usciti insieme da pochi giorni in un volume unico. Quando mi ha rimandato le bozze perché dessi un’ultima occhiata, l’editore mi ha fatto notare che nella versione del testo utilizzata da lui c’era una nota in più, che abbiamo puntualmente aggiunto.

Perché parlo di “versione del testo utilizzata da lui”? Perché per tradurre mi sono affidata al testo francese trovato su un sito internet, mentre l’editore ha usato il testo trovato su un altro sito. Chi è del mestiere probabilmente sa di quali siti parlo, si tratta di enormi banche dati di testi che sono stati scansionati dagli originali cartacei e poi digitalizzati tramite l’OCR, il riconoscimento ottico dei caratteri.

Sapendo questo, cioè che io e l’editore ci affidiamo a due siti diversi, per la traduzione di Un mangiatore di oppio ho usato di nuovo il testo francese trovato nel mio sito di riferimento, poi per la revisione mi sono confrontata con il testo del sito preferito dall’editore.

È stato in questo passaggio che ho scoperto parole che differivano nei due testi per via di un fraintendimento dell’OCR.

Esempi: “mentor” e “menteur”, ovvero “mentore” e “bugiardo”. Nel testo si parlava di insegnanti, quindi al mio occhio di traduttrice che procede parola per parola è stato facile capire che si trattava di un mentore, ma chi legge potrebbe pensare che il professore di cui si parlava fosse una persona propensa alla menzogna.

Oppure: “honneur” e “horreur” (“onore” e “orrore”); “fameuse” e “fâcheuse” (“famosa” e “malaugurata”). Anche in questi casi la mia analisi lenta e il contesto mi hanno permesso di cogliere la versione giusta, ma siamo d’accordo che tra i vari termini ci sono differenze sostanziali che vanno a sporcare e modificare la lettura.

Per un’altra coppia di parole ho dovuto ricorrere addirittura all’inglese. Sì, perché nel Mangiatore di oppio Baudelaire fa un’analisi del testo Confessions of an English opium-eater (letteralmente “Confessioni di un mangiatore inglese di oppio”) di Thomas de Quincey e ne riporta alcuni brani. Il testo francese presentava la parola “maison” in una versione e “raison” nell’altra. Anche qui, tra “casa” e “ragione” c’è una bella differenza. Per essere sicura che la scelta di “ragione” fosse corretta, sono andata a rintracciare il brano in inglese delle Confessions. Un inequivocabile “reason” ha confermato la mia intuizione.

Quattro parole diverse in un testo di poco più di 50 pagine word. E chissà se non me ne sono sfuggite alcune, o se magari sono scritte sbagliate in entrambe le versioni e non ci ho fatto caso. Alla luce delle ultime notizie che si sono diffuse riguardo al macello di libri cartacei perpetrato dalle compagnie delle intelligenze artificiali, e dopo i fraintendimenti dell’OCR in questo testo di Baudelaire, sono più che mai convinta che i libri d’inchiostro sono un bene preziosissimo.

Se ti capita, la prossima volta che fai un giro per mercatini, o meglio ancora la prossima volta che incroci una libreria di usato, salva un libro vecchio, magari uno di quelli con le pagine gialle e un secolo di età. È possibile che non lo leggerai mai, starà in uno scaffale a prendere polvere (come d’altronde quel manuale di arredamento zen che ti è stato regalato qualche Natale fa) ma le parole che ci sono scritte all’interno saranno al sicuro.

E su questa nota da resistente all’apocalisse, ti saluto.

Alla prossima e… Avanti tutta!

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