ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA

Non è Snoopy a scrivere, ma la romanziera inglese Eliza Parsons, nel 1793.
In realtà, la sua non era una notte buia, ma una sera fredda, però ammetto che, quando ho letto la parola tempestuous, non ho potuto fare a meno di ricorrere al cliché del “tempestosa”. So che è una formulazione trita e ritrita, ma la ritengo molto evocativa.
Mi permetto di citare la mia stessa traduzione, revisionata dall’abile collega Sara Giardini, per darti un assaggio di come inizia Il castello di Wolfenbach.
L’orologio del vecchio castello aveva appena battuto otto rintocchi […] Era una sera fredda e tempestosa, la pioggia scrosciava torrenziale e il brontolio tremendo dei tuoni lontani riecheggiava tra le montagne adiacenti, mentre lampi pallidi aggiungevano orrore alla scena.
Non c’è da stupirsi se, con un incipit del genere – e tutte le varie vicissitudini che la scrittrice fa patire ai suoi personaggi – questo libro sia stato citato niente meno che da Jane Austen nel suo L’abbazia di Northanger come “novella orrida” consigliata.
Non mi dilungherò in spiegazioni storiche e letterarie, anche perché, se vai a dare una sbirciatina al libro su Amazon, troverai un estratto dell’introduzione eccelsa di Franco Pezzini, che ti svela tutto quello che può servire per capire quest’opera.
Vorrei parlarti invece dell’esperienza traduttiva e di cosa ha significato per me.
Innanzitutto, è doveroso un ringraziamento alla Digital Vintage e all’editore e traduttore Francesco Vitellini, che con tanta disinvoltura, un giorno in cui passeggiavamo tra gli stand del Salone del Libro di Torino, mi chiese se fossi interessata a tradurre per lui una novella orrida inedita.
Ora, soffermiamoci un attimo su questa parolina, tanto cara ai traduttori, ma anche tanto temuta. Inedita significa che non hai alcun appiglio, che sei in arrampicata libera su una roccia mai percorsa prima da altro essere umano, quindi la responsabilità è tutta tua.
La buona riuscita di questo volume deve molto all’occhio critico della mia revisora Sara, che ho già menzionato ma che va ricordata sempre, perché è stata fondamentale nei passaggi più oscuri dove l’autrice, rivolgendosi giustamente al pubblico suo contemporaneo, dava per scontate alcune conoscenze tutt’altro che immediate ai lettori di oggi.
Di cosa parla questo Castello?
Mi scuserai la pigrizia, ma credo che la sinossi concisa che ne ha fatto l’editore sia quello che serve.
Matilda Weimar fugge dallo zio lascivo e cerca rifugio nell’antico castello di Wolfenbach. Tra le stanze abbandonate del castello, scoprirà l’orrendo mistero della scomparsa della contessa di Wolfenbach. Ma quando lo zio la rintraccerà, Matilda riuscirà a sfuggire alle sue intenzioni spregevoli?
Premetto che lo stile è un po’ pesante, nel senso che ci sono pesantezze e manierismi dell’epoca, ma nella traduzione ho cercato di snellire alcuni passaggi e la revisione ha apportato ulteriore freschezza alla prosa. La storia, però, è interessante e a tratti divertente, direi persino spiritosa, quindi si capisce perché possa aver attirato l’attenzione di Austen, che aveva appena diciotto anni quando Eliza Parson l’ha pubblicata.
In questo libro ci sono rapimenti, incendi, fantasmi, amori contrastati o non corrisposti, giochi di potere, fughe spericolate, intrighi, addirittura i pirati! Immagina solo cosa significavano tutti questi temi in un’epoca in cui le donne erano ancora gli angeli del focolare sottomessi alla volontà dell’uomo. È un po’ come la lettura in chiave moderna che è stata fatta di Cime tempestose nel nuovo film con Margot Robbie e Jacob Elordie. La nostra sensibilità è cambiata e forse è anche per questo che ci fa bene trarre ispirazione da quello che è stato, conoscere i classici per comprendere i contemporanei.
La traduzione è stata lenta, un po’ perché il manoscritto originale si presenta senza capitoli, solo con la divisione in prima e seconda parte, un po’ perché gli avvenimenti e i personaggi sono tanti e intrecciati. Il linguaggio, come dicevo, non è sempre comodo, e ho voluto alleggerirlo per consentire una lettura più agevole. Occhio, non ho scritto “Okay” quando viene detto “Sarò lieta di acconsentire alla vostra richiesta”, ma, quando l’ho reputato possibile, ho optato per sinonimi più corti e formulazioni meno verbose.
Non è un libro adatto a tutti, questo è innegabile, ma potrebbe essere interessante per chi ama il gotico, non si fa intimorire dalle frasi complicate e sa immergersi nell’avventura anche se ci sono un sacco di “per favore-grazie”.
Alla prossima e… Avanti tutta!